Si è chiusa un’era, anche per la Germania: quella dell’energia abbondante e a basso costo, con il gas russo che le ha garantito nello scorso ventennio una competitività imbattibile sul piano del commercio internazionale; quella dell’automobile con motori a combustione interna, che è stato il vanto principale della sua industria; quello di un assetto mercantilista che le ha consentito di dedicare fino al 45% del pil alle esportazioni, accumulando alla fine dello scorso anno un attivo finanziario netto sull’estero pari a 2.750 miliardi di euro, dopo essere partita da appena 40 miliardi alla fine del 2000.
Con ben 11.960 miliardi di asset patrimoniali all’estero, detiene un terzo del totale degli attivi di tutti gli Stati dell’Eurozona che ammontano a 35.400 miliardi di euro: il colonialismo tedesco gioca dunque sul piano prevalentemente finanziario e industriale. Il suo sistema bancario, tanto all’interno che nella proiezione internazionale, continua invece a essere avvolto da una impenetrabile caligine.
C’è un altro dato di cui tener conto, del risentimento americano che cova da tempo nei confronti dell’intera Europa: tra il 2000 e il maggio scorso gli Usa hanno accumulato un deficit per merci di 2.978 miliardi di dollari, con un andamento che si è andato raddoppiando rispetto al 2007, l’anno che precede la Grande Crisi finanziaria americana, quando era stato di 110 miliardi di dollari: nel 2022 è arrivato a 203 miliardi di dollari. Nei confronti della Germania, il deficit americano è stato complessivamente di 1.253 miliardi di dollari, raddoppiandosi anche in questo caso tra il 2007 ed il 2022, passando da 45 a 74 miliardi di dollari. Per dirla tutta: l’America ha comprato continuamente merci dall’Europa e dalla Germania, indebitandosi a questo fine, mentre ha sostenuto praticamente da sola l’onere della difesa militare degli Alleati europei.
Era stato questo il rimprovero mosso da Donald Trump ad Angela Merkel già nel corso del suo primo G7, a Taormina nel novembre 2017, chiedendo il riequilibrio dei saldi commerciali e un contributo maggiore alle spese della Nato, ricevendo in replica la proposta di perseguire la piena autonomia strategica dell’Unione e di costituire un Esercito europeo: secondo la cancelliera tedesca, l’Europa doveva cominciare a far da sé per costruire il proprio futuro. Vero è, d’altra parte, che le banche e gli investitori tedeschi avevano subìto ben gravi perdite acquistando titoli americani poi rivelatisi tossici e privi di valore: ma era stata tutta colpa della loro avidità, così si era ribattuto.
Il presidente francese Emmanuel Macron non fu da meno, visto che nel novembre 2019 arrivò ad affermare che la Nato era in uno stato di «coma cerebrale», invitando l’Europa a prendere atto del disimpegno americano in Medio Oriente e a prendersi cura del proprio vicinato, dal Medio Oriente alla Russia, per diventare una potenza di equilibrio con una propria difesa e una visione strategica sia sul piano economico che su quello tecnologico. Tutto è finito in una bolla di sapone: dopo l’invasione russa dell’Ucraina, la Nato ha ripreso pieno vigore, puntando a estendersi a Svezia e Finlandia, e l’intera Unione europea ha messo da parte qualsiasi velleità.
C’è dell’altro che preoccupa la Germania: la nuova linea di frontiera della Nato nei confronti della Russia passa ormai dalla Polonia, che si è fatta cerniera strategica. A Berlino non è bastato accettare in silenzio assoluto la rinuncia che appare ormai definitiva alle forniture energetiche dalla Russia e subire il sabotaggio del North Stream per riconquistare quelle condizioni di grande favore che le sono state garantite negli anni da parte degli Usa, dal condono dei debiti esteri deciso nel ’53 al ruolo di aggregatore nell’ambito della Ue dei Paesi ex-comunisti.
A Berlino non c’è infatti solo grande preoccupazione sul versante economico, per la prospettiva della deindustrializzazione determinata dai maggiori costi energetici e per le difficoltà incontrate nella conversione dell’industria automobilistica alla trazione elettrica su cui Stati Uniti e Cina sono molto più avanti, ma soprattutto per la completa marginalizzazione strategica che sta subendo: non conta quasi più nulla, come se le fosse caduta nuovamente addosso la mannaia di un Piano Morghentau.
Il primo nodo per Berlino è rappresentato, ancora una volta, dal ruolo di Varsavia. D’altra parte, il collasso dei Paesi comunisti dopo la caduta del Muro era passato dal basculamento verso Occidente della Polonia, un punto di svolta che era stato reso emblematico dall’elezione di Papa Giovanni Paolo II sin dal ’78 e che fu seguìto dal sostegno offerto a Solidarnosc di Lech Walesa, eventi che hanno segnato una volta ancora la Storia dell’Europa: era già avvenuto con la ricostituzione del Granducato di Varsavia da parte di Napoleone; con la sua rinascita dopo il crollo dell’Impero zarista che se ne era nuovamente appropriato, a seguito del Trattato di Brest-Litovsk; con la creazione del Corridoio di Danzica, deciso per garantire alla Polonia un accesso al mare ma così separando la Prussia dal resto della Germania, che rappresentò la scusa per la invasione nazista del ’39 e per quella immediatamente successiva da parte dell’Urss.
C’è un aspetto ulteriore: mentre da anni l’esercito polacco è stato già addestrato per combattere, non si può dire altrettanto di quello tedesco. La Germania punterebbe per questo ad avere il ruolo di grande centro logistico per la Nato, e anche quello di principale costruttore di mezzi corazzati per il combattimento terrestre: ma così facendo rischia di perdere il controllo politico di qualsiasi processo strategico.
Aver costretto l’intera Europa alla garrota del Fiscal Compact fu una scelta indispensabile per la Germania, al fine di evitare nuovi default incontrollabili: l’euro andava blindato a ogni costo, perché rappresentava la chiave di volta del successo del suo export. Dopo essere stata delusa dagli Usa e avendo imposto la stagnazione in Europa a partire dal 2012, si è dedicata alla Cina che è diventata il suo primo partner commerciale.
Il triangolo magico su cui la Germania ha prosperato nell’ultimo decennio non c’è più: per l’Occidente Atlantico, la Russia è tornata a essere il nemico numero uno e la Cina rappresenta un antagonista strategico, la cui crescita va rallentata a ogni costo. Deindustrializzazione, crollo demografico e cambiamento climatico ben si combinerebbero insieme, per i tedeschi, nella prospettiva di fare i rentier ambientalisti: l’oro dei Nibelunghi lo hanno già messo da parte. Sempre che duri, visto che è di carta. (riproduzione riservata)