Il gas trova sempre la sua strada, si potrebbe dire parafrasando un antico adagio. In certi casi però il percorso è più tortuoso e impone aggiustamenti, deviazioni e, come si è visto in questi giorni con il vertice bilaterale ad Algeri, missioni diplomatiche per rinforzare alleanze e stringere nuovi accordi. L’escalation in Medio Oriente e le tensioni sullo stretto di Hormuz stanno ridisegnando anche le mappe dell’energia che portano all’Italia, ed é la seconda volta che accade in meno di cinque anni, visto che nel 2022 dopo lo stop al metano russo il governo italiano e l’Eni inanellarono in pochi mesi ben sette accordi politico-energetici. Oggi in un contesto di volatilità estrema bisogna fare i conti anche col fatto che il super-esportatore Qatar andrà a scartamento ridotto dopo che i missili iraniani hanno colpito il suo centro nevralgico dell’energia, Ras Laffan. Gli attacchi hanno ridotto la capacità di esportazione di gas naturale liquefatto del 17%. Un duro colpo anche per l’Italia, che dal Paese del Golfo riceveva 6,4 miliardi di metri cubi l’anno. Non sarà una cosa breve: rimettere in funzione gli impianti di produzione, stima Qatar Energy, «richiederà fino a cinque anni costringendoci a dichiarare forza maggiore a lungo termine».
In generale, le alternative logistiche nel Golfo sono estremamente limitate: come sottolinea l’ultimo report di Mediobanca Research, le pipeline saudite ed emiratine possono deviare solo 5-6 milioni di barili al giorno a fronte di flussi totali ben superiori, mentre per il gnl proveniente dall’area non esistono altre rotte. Come cambieranno allora le forniture italiane? In estrema sintesi, vedendo come si stanno già riposizionando, cresceranno Algeria, Libia, Norvegia e, per il gnl, gli Stati Uniti.
Un’istantanea degli arrivi di gas in Italia restituisce un anticipo di quello che sta accadendo, ma lo scenario è tuttora in evoluzione: vecchi attori provano a riprendere la scena, come appunto la Libia, che ha appena scoperto un trilione di piedi cubi di gas nei suoi giacimenti ed è tornata a distribuire permessi esplorativi. Il 16 marzo Eni ha annunciato nuove scoperte per oltre 28 miliardi di metri cubi di gas vicino a Bahr Essalam, il più grande campo gas offshore libico. Il gas sarà destinato anche all’esportazione verso l’Italia.
Occhio anche al Venezuela, che con salvacondotto Usa sta riaprendo le vie dell’export alle big oil europee con accordi strategici della compagnia statale Pdvsa che riguardano anche Eni (e Repsol) per il giacimento giant di Perla.
Guardando ai dati più recenti della piattaforma Snam, il 26 marzo l’Italia ha ricevuto gas soprattutto dall’Algeria, arrivata a coprire quasi il 50% delle importazioni. Di 133 milioni di metri cubi standard, infatti, ben 64,6 milioni sono affluiti al terminal di Mazara del Vallo, sbocco del gas algerino dal gasdotto Enrico Mattei (altro ancora arriva come gnl). Si tratta di un numero già più elevato rispetto alla media dei mesi precedenti, che oscillava tra 45 e 55 milioni, e destinato a crescere grazie sia agli accordi strategici già in corso tra Eni e la compagnia nazionale Sonatrach, con investimenti per 8 miliardi di dollari, sia a quelli futuri abbozzati nell’incontro del 25 marzo ad Algeri tra la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune.
Segue l’Azerbaijan: nella stessa giornata tipo di questo contesto geopolitico il gasdotto Tap ha trasportato 27,3 milioni di metri cubi fino al punto di entrata di Melendugno, sulla costa pugliese. Terzo posto, con circa 22 milioni di metri cubi, per la quota di gas naturale liquefatto, sommando gli arrivi ai rigassificatori di Livorno e Caverzere.
Per quota singola altrimenti la medaglia di bronzo spetterebbe alla Norvegia con i 19 milioni di metri cubi entrati in Italia da Passo Gries, mentre segna zero l’altro entry point settentrionale, Tarvisio, ormai ex porta d’ingresso del metano russo. In Italia nel 2025 le importazioni di gnl hanno superato i 20 miliardi di metri cubi coprendo un terzo della domanda di gas, con carichi provenienti da oltre 10 Paesi per essere trattati nei cinque terminali di rigassificazione nazionali. Con il Qatar ridimensionato dai bombardamenti iraniani, dalla nazionalità di quelle navi emerge un dato che stava già sovvertendo gli equilibri dei flussi: su un totale di 221 carichi ben 98 provenivano dagli Stati Uniti rispetto ai 54 del Qatar e ai 47 dell’Algeria. Tendenza confermata dai primi numeri del 2026.
E la produzione nazionale? Il sogno del boom del gas autarchico per ora rimane tale. La produzione domestica 2025 è cresciuta, ma di poco, arrivando a 3,3 miliardi di metri cubi, volume che non copre nemmeno il 5% dei consumi.
Intanto il dibattito è aperto e si affacciano proposte come quella del think tank Ecco, secondo il quale entro un anno l’Italia potrebbe sostituire l’85% dei volumi di gas qatarino attraverso un mix di risparmi, rinnovabili, efficienza ed elettrificazione e migliorando l’utilizzo delle infrastrutture di importazione esistenti. Già con 10 gigawatt all’anno di nuova capacità rinnovabile, per esempio, si stima un taglio di 2,5 miliardi di metri cubi di gas. Un altro miliardo di metri cubi annui potrebbe essere recuperato dalle infrastrutture gas esistenti, in particolare il gasdotto Italia-Algeria, sfruttando a pieno la capacità e catturando il gas che va perso nel trasporto.
C’è anche una chiosa geopolitica. «La sottoscrizione di nuovi accordi con Paesi come l’Algeria dovrebbe essere più trasparente per capire i costi reali per consumatori e imprese», raccomanda Ecco, «e non dovrebbe incentivare nuova produzione di gas. La prevista riduzione della domanda in Italia e in Ue espone infatti l’Algeria a futuri shock economici, data la sua dipendenza dall’export energetico verso il mercato europeo». (riproduzione riservata)