Il governo valuta l’apertura di un dialogo con gli operatori tlc sul rinnovo senza costi delle frequenze in cambio di impegni sugli investimenti. Stando a quanto risulta a MF-Milano Finanza, nelle ultime settimane sarebbe aumentato il pressing dei rappresentanti del settore tlc sull’esecutivo, su tutti il Mef di Giancarlo Giorgetti e il Mimit di Adolfo Urso, per valutare se già all’interno di questa manovra possa essere impostato il rinnovo del maxi-pacchetto di diritti d’uso delle frequenze in scadenza a fine 2029, ossia circa il 70% dello spettro.
In base alle indiscrezioni raccolte da questo giornale, le strade perseguibili sarebbero due: il rinnovo gratuito a fronte di impegni sull’aumento degli investimenti dedicati allo sviluppo della rete mobile 5G; la facoltà di scontare dalle tariffe da pagare allo Stato investimenti aggiuntivi sull’infrastruttura. Due metodi diversi che, in sostanza, sarebbero molto simili perché gli operatori sarebbero incentivati a correre sugli investimenti riducendo così le fee da pagare per usare lo spettro.
La seconda via è stata introdotta 20 giorni fa dall’Agcom nelle regole per assegnare le frequenze disponibili nella banda 24.25-26.5 GHz, con la possibilità di «beneficiare di uno sconto sul prezzo di riserva al raggiungimento di specifici obiettivi legati all'avvio del dispiegamento delle reti».
La proposta è sul tavolo dell’esecutivo che, stando alle indiscrezioni, starebbe valutando le condizioni di fattibilità dell’operazione prima di aprire un confronto concreto. Una decisione definitiva quindi non sarebbe ancora stata presa. Se si decidesse per il cambio di paradigma nell’assegnazione delle frequenze, l’ipotesi che circola dietro le quinte è un inserimento della misura già nella manovra tramite emendamento. Alcune proposte per il testo, stando alle indiscrezioni, sarebbero in valutazione.
La ratio del provvedimento sarebbe quella andare incontro alle esigenze più volte sollevate dal settore – che da anni soffre la continua compressione dei margini – di favorire gli investimenti necessari per migliorare qualità ed estensione della rete mobile riducendo sensibilmente (o azzerando) i costi per accedere allo spettro.
Non un’ipotesi unica in Europa, dove l’orientamento di favorire lo sviluppo della rete arriva anche da Bruxelles. In Gran Bretagna, ad esempio, si è optato per uno sconto su accordi già in vigore sulle frequenze per circa 60 milioni di sterline all’anno.
Per gli operatori la misura si tradurrebbe in un incremento dei capex a fronte di una riduzione di costi vivi, con la possibilità di concentrarsi su investimenti che, nei piani del settore, si trasformerebbero in aumento dei ricavi tramite nuove utenze o linee di business, un miglioramento della marginalità e una riduzione dei costi operativi. Inoltre gli operatori tlc da tempo premono per avere chiarezza su modalità e tempistiche del rinnovo delle frequenze per poter programmare gli investimenti e semplificare l’accesso al credito.
Sull’altro fronte, il governo dovrebbe rinunciare a una fetta di entrate per finanziare le future manovre, ottenendo però un cambio di passo su infrastrutture sempre più strategiche, sia in ottica di sicurezza nazionale sia di modernizzazione di alcuni servizi, come ad esempio la sanità. Il focus sarebbe sul 5G standalone. L’operazione non richiederebbe coperture finanziarie nell’attuale manovra visto che riguarda il triennio 2026-2028.
Quantificare le eventuali risorse mancanti per il governo (e di conseguenza degli investimenti aggiuntivi richiesti agli operatori) non è semplice, perché legato a molte variabili come le modalità di assegnazione e la lunghezza delle nuove licenze.
Un report di Deutsche Bank di metà ottobre ha ipotizzato il prezzo del rinnovo per 15 anni dell'attuale schema sulle frequenze senza andare a gara adottando le tariffe medie degli ultimi rinnovi. In questo scenario il rinnovo costerebbe a Tim, Fastweb+Vodafone e WindTre circa 2,6 miliardi ciascuno, ossia 173 milioni all’anno, mentre a Iliad, che controlla una fetta ridotta di frequenze, circa 1,1 miliardi, pari a 76 milioni all’anno.
Stando a questi calcoli, l’esecutivo dovrebbe rinunciare a poco meno di 600 milioni all’anno. Se invece si andasse a gara, stando ai precedenti, il rischio è quello di arrivare a costi anche triplicati. (riproduzione riservata)