Dopo le dovute consultazioni con le parti, durate qualche mese, il Mef, attraverso Cdp, ha messo a punto la versione finale del regolamento del Fondo nazionale strategico per Piazza Affari (Fnsi). Ovvero l’umbrella fund che investirà sulle piccole e medie imprese quotate attraverso una decina di piccoli veicoli, ciascuno guidato da un proprio gestore, ma tutti sotto il coordinamento di Cdp e delle linee guida del regolamento che Milano Finanza ha letto in anteprima.
Si tratta di un fondo a capitale misto pubblico-privato che parte con circa 300-350 milioni di dotazione pubblica in capo a Cassa depositi e prestiti, almeno altri 350 milioni dovranno metterli le istituzioni private come banche, assicurazioni, gestori ai quali è stato presentato il progetto a Piazza Affari lo scorso ottobre. E che potranno ora leggere il regolamento a fine marzo, quando Cdp illustrerà tutte le caratteristiche degli investimenti in una riunione ad hoc a Roma.
L’umbrella fund, un apripista in Europa con queste caratteristiche, nasce dopo la profonda sofferenza vissuta dalle piccole e medie imprese a seguito del veloce rialzo dei tassi nel 2022 che per due anni ha messo sotto pressione le imprese costrette a pagare oneri sul debito sempre più alti. Nel contempo gli investitori le hanno abbandonate, cedendo titoli che comunque hanno buona cassa e che sono finiti a viaggiare a sconto del 50% rispetto alle blue chip di Piazza Affari. Il fondo del Mef arriva quando il Ftse Mib è salito nel contempo oltre i 37.000 punti, tornando ai massimi dal 2008 grazie in questo caso al taglio dei tassi della Bce. L’umbrella fund di Cdp arriva quindi in una fase macro economica favorevole, resta alta comunque la volatilità a causa della politica Usa dei dazi e delle tensioni economiche e tecnologiche fra Stati Uniti e Cina.
Quali sono quindi le regole del fondo? Il testo, che Milano Finanza ha letto, dice che «deve investire una quota prevalente, almeno pari al 70% delle masse gestite in titoli azionari quotati in mercati regolamentati o sistemi multilaterali di negoziazione italiani…». Gli emittenti devono essere «di piccola e media capitalizzazione e non far parte dell’indice Ftse Mib». Questo significa che i gestori hanno la libertà di investire nelle società che rientrano nell’indice Star, molto penalizzato dai tassi e nel Ftse Mid, composto per lo più da medie imprese industriali. In questo 70% rientra anche l’Egm, il segmento delle imprese più piccole per le quali è stato pensato questo progetto fin dall’inizio. AssoNext, l’associazione che rappresenta proprio l’Egm, aveva chiesto in una lettera al Mef di escludere anche il Ftse Mid.
Il fondo può investire una quota non prevalente, fino al 30% delle masse gestite, in titoli azionari quotati in mercati regolamentati con un fatturato superiore a 50 milioni di euro e in titoli di debito emessi dall’Italia (Btp), da Paesi dell’Ue e dalla Commissione Europea. Questo significa che molte società dell’Egm non saranno incluse visto il limite inferiore dei 50 milioni annuali di ricavi. Contattato da Milano Finanza, Giovanni Natali, presidente di Assonext, ricorda che «all’interno dei Pir ordinari, l’ammontare investito in azioni italiane era pari a 8,3 miliardi, di cui 3,7 miliardi in titoli del Ftse Mib, 3,7 miliardi in titoli Mid Cap e 0,8 miliardi in titoli Small Cap, di cui 0,5 quotati sul mercato principale e 0,3 su Egm. Tradotto: su Egm sono arrivate le briciole. I risparmiatori erano convinti di investire sulle pmi italiane, invece compravano indirettamente le solite quattro large cap, speriamo che non accada lo stesso qui».
I fondi sottostanti all’umbrella fund «possono partecipare al processo di ammissione alla quotazione esclusivamente per quei processi la cui quota di primario non sia inferiore a 10 milioni di euro». Questo punto raccoglie le proposte avanzate mesi fa da Assonext. Invece sotto i 10 milioni di euro, i fondi «non possono investire negli emittenti nei primi 12 mesi successivi alla quotazione se il flottante, calcolato sulle azioni in sede di ipo, sia inferiore al 20% e la capitalizzazione di mercato sia inferiore a 50 milioni». In questo caso emerge che le società pronte per entrare a Piazza Affari devono raccogliere almeno 10 milioni per poter essere investite dall’umbrella fund. Questa era proprio la richiesta di AssoNext, che ora, attraverso Natali, plaude all’iniziativa, parlando di «grande valore di tutta l’operazione». Ogni fondo, prosegue poi il documento, «può investire individualmente fino al 5% dei titoli in ipo». E in ogni caso, tutti i fondi presi nel loro complesso non possono investire oltre il 10% nella società che si sta per quotare.
Il testo prosegue specificando che per evitare «dinamiche di ipercomprato, alla data di sottoscrizione, i fondi (Oicr) possono detenere le risorse del Fnsi (la liquidità, ndr) in depositi presso le banche… o investire in titoli di Stato… ». In ogni caso, gli investimenti dei fondi devono avvenire «entro sei mesi dalla data di inizio di operatività del fondo (Oicr)». Questo porta a dedurre che la piena operatività dell’umbrella fund si inizierà a vedere nella seconda metà del 2025.
I fondi che nasceranno avranno al forma giuridica di Fia riservati con massime 4 finestre di sottoscrizione nei 2 anni successivi alla data di sottoscrizione della quota del Fnsi per raccogliere nuove risorse. Le commissioni di ingresso non potranno superare lo 0,5% del Nav (Net asset value del fondo) per semestre.
I sottoscrittori delle quote o azioni devono versare l’importo in un’unica soluzione al momento dell’investimento «e non possono liquidarlo prima della chiusura della finestra di liquidazione… Resta ferma la libera trasferibilità delle quote o azioni sul mercato secondario». In questo modo il Mef crea paletti alla cessione improvvisa di quote che potrebbe creare forti ribassi su titoli piccoli o con una scarsa liquidità.
La durata minima dei fondi è di 5 anni a partire dall’ultima data di sottoscrizione. Il termine ultimo è stato stabilito nel 31 dicembre 2033 per la liquidazione delle quote, con comunicazione dell’uscita entro il 30 settembre 2031.
I fondi non possono assumere finanziamenti né ricorrere alla leva finanziaria. Hanno però la possibilità di staccare dividendo annuale ai sottoscrittori.
Le società di gestione che vogliono accedere al progetto del Mef devono essere operative da almeno 3 anni e avere almeno 1 miliardo di masse investite soprattutto nel settore azionario.
Lo Stato investe nel Fnsi fino al 49% delle quote, i privati almeno il 51%. L’idea a Roma è di creare un fondo che inizialmente parta con asset per 700 milioni di euro, ma che arrivi presto al miliardo per andare oltre. Magari aprendo alla sottoscrizione dei privati, ma solo in un secondo momento. (riproduzione riservata)