Non è quello a cui puntava l’Italia, ma è comunque un compromesso che può far felice la premier Giorgia Meloni. Il 3 giugno la Commissione Europea dovrebbe venire incontro al governo, che aveva chiesto di estendere all’energia la deroga al Patto di Stabilità (1,5% del pil) già prevista per la difesa. Il verdetto arriverà insieme alle raccomandazioni per il semestre europeo. E secondo quanto confermano più fonti a MF-Milano Finanza, Bruxelles dovrebbe concedere a tutti gli Stati Membri un margine annuo dello 0,3% del pil.
L’eccezione sarà sempre racchiusa all’interno della clausola di salvaguardia nazionale approvata per il riarmo e dovrebbe consentire al governo di recuperare circa 6,5 miliardi. Ecco perché si tratta di una vittoria per l’Italia, soprattutto dopo le chiusure in serie arrivate da falchi come il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis.
Ora, però, andranno sciolti altri due nodi: per quanto tempo l’Italia potrà disporre dei fondi e per che cosa potrà spenderli? Lo spazio fiscale concesso da Bruxelles dovrebbe valere per due, massimo tre anni, e sarà confinato entro un tetto dello 0,6% del pil.
Il diktat europeo inoltre è che i fondi vengano utilizzati solo per gli investimenti che rientrano sotto il cappello «green»: elettrificazione, efficientamento energetico (come i bonus caldaie o per l’acquisto di auto elettriche) e decarbonizzazione (batterie e pannelli solari). Saranno esclusi invece i provvedimenti per aiutare nell’immediato famiglie e imprese, come il taglio del prezzo della benzina alla pompa. E nella maggioranza c’è già chi spinge per aumentare il credito d’imposta alle imprese.
Non è detto che Palazzo Chigi e i tecnici del Mef non trovino comunque un’exit strategy. Il governo potrebbe dirottare i fondi già stanziati per l’efficientamento energetico e utilizzarli contro il caro-energia, per poi ricoprire i primi grazie alla flessibilità concessa dall’Ue. Una specie di gioco delle tre carte che permetterebbe di trovare risorse spendibili anche in vista delle elezioni del prossimo anno, ma che l’Europa potrebbe non avallare.
Maggiori certezze arriveranno il 3 giugno, quando la Commissione illustrerà i termini della deroga, mentre non è prevista una risposta scritta della presidente Usrula von der Leyen alla lettera inviata da Meloni, in cui la premier aveva chiesto una deroga proprio per contrastare gli effetti della guerra in Iran e della chiusura dello Stretto di Hormuz.
Un confronto potrebbe esserci comunque, ma telefonico. E sarebbe l’occasione per parlare anche del possibile utilizzo dei fondi di Coesione e della rimodulazione delle risorse residue del Pnrr. È la via d’uscita già concessa nei giorni scorsi dal vicepresidente esecutivo della Commissione, Raffaele Fitto, che però non ha convinto molte Regioni, comprese quelle in mano al centrodestra.
L’ultimo nodo per il governo riguarda i conti pubblici. L’anno scorso l’Italia non è riuscita a uscire dalla procedura d’infrazione perché il rapporto deficit/pil si è fermato al 3,1% anche per colpa della coda lunga del Superbonus. Ora il rischio è di rimanerci ancora visto che Eurostat terrà conto delle maggiori spese autorizzate dall’Ue quando dovrà certificare l’indebitamento italiano. E se il rapporto deficit/pil sarà di nuovo sopra il 3%, allora l’uscita dalla proceduta d’infrazione sarà rimandata di un altro anno. (riproduzione riservata)