La manovra finanziaria dello scorso anno ha rappresentato un momento cruciale per il settore delle criptovalute in Italia. Il governo aveva inizialmente proposto un'imposizione fiscale del 42% sulle plusvalenze da asset digitali, una misura che avrebbe gravato pesantemente sull'industria nazionale del settore. Il successivo dibattito parlamentare, caratterizzato da un approccio trasversale di ascolto con gli operatori, ha permesso di stabilire un'aliquota del 26% in linea con altri strumenti finanziari almeno per l'anno in corso, lasciando però una significativa incertezza rappresentata dall'incremento programmato al 33% per le plusvalenze che verranno maturate nel 2026.
Al carico fiscale si aggiunge l'imposta patrimoniale del 2 per mille introdotta nel 2022, senza equivalenti in altri Paesi europei. Questa combinazione genera una disparità di trattamento per gli investitori italiani che detengono direttamente criptovalute rispetto a chi opta per Etf, che rimangono soggetti al 26% ma incorporano commissioni che, pur gravando sugli investitori italiani, finiscono nelle casse degli emittenti esteri. La detenzione diretta risulta così penalizzata fiscalmente.
Le fintech italiane affrontano ulteriori sfide con i crescenti costi di compliance per ottenere le licenze come Cripto Asset Services Provider previste da MiCAR e i requisiti PSD2 come recentemente precisato da Banca d'Italia, comportando significativi investimenti in termini patrimoniali e di governance che elevano le barriere all'ingresso e riducono la concorrenza. L'insieme di questi fattori genera un effetto di frizione che ostacola lo sviluppo dell'industria cripto italiana, manifestandosi in una progressiva fuoriuscita di capitali e talenti innovativi, con conseguente indebolimento delle startup nazionali che diventano vulnerabili ad acquisizioni estere.
Sebbene sia discutibile se tale orientamento risponda a una strategia politica deliberata, appare più probabile che derivi dall'atteggiamento eccessivamente prudenziale da parte di taluni ministeri preoccupati di facilitare deflussi di capitali, combinato con la tendenza delle authority verso un controllo eccessivamente rigido. Questo approccio rischia di minare la fiducia nelle istituzioni e la capacità di attrarre investimenti innovativi.
La prossima legge di bilancio rappresenterà un'occasione importante per rivedere l'approccio al settore. Sarà necessaria una stretta collaborazione tra governo e operatori per elaborare soluzioni che eliminino l'incertezza fiscale del 2026 e concilino le esigenze di vigilanza con la salvaguardia della competitività del sistema italiano in un contesto globale interconnesso. (riproduzione riservata)
* membro della Commissione Finanze della Camera nella XVIII Legislatura