Non c’è pace in Ferak. È l’ex salottino finanziario del Nordest con vista su Generali (0,7%) e Mediobanca (0,14%) nato nel 2006 su impulso dei principali nomi dell'industria e della finanza del Veneto per puntellare l’allora top management triestino del Leone. Dopo vari riassetti nell'azionariato che negli anni hanno registrato l’uscita di peso di Palladio Finanziaria di Giorgio Drago e Roberto Meneguzzo, il libro soci vede ora la dinastia vicentina degli Amenduni al 70,3% (tramite le Acciaierie Valbruna e i veicoli Pegaso, Fingram e Finval), la finanziaria del banchiere Enrico Marchi, Finint, all’11,92% (con Sviluppo 56), l’imprenditore Gianfranco Zoppas, all’1,42% e Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa al 16,4% (di cui un 6,5% già liquidato).
Secondo quanto risulta a Milano Finanza, dopo aver votato nell’assemblea del 28 giugno contro il bilancio e la destinazione a riserva straordinaria dell’intero utile di 11,8 milioni di euro, il 24 ottobre Marchi ha recapitato al cda di Ferak un atto di citazione di fronte al Tribunale di Milano nei confronti della finanziaria e di Acciaierie Valbruna per l’impugnazione di entrambe le delibere assembleari.
I motivi? Vari: la direzione e il coordinamento da parte del gruppo siderurgico nei confronti di Ferak; l’illegittimità/inefficacia della delibera di destinazione del risultato di esercizio; la condanna di Ferak a distribuire l’utile; l’obbligo per il cda e Ferak a pagare 500 euro per ogni giorno di ritardo nell’adempimento degli obblighi e la condanna di Ferak e, in solido, di Acciaierie Valbruna a risarcire Sviluppo 56 dei danni presenti e futuri dall’adozione delle delibere impugnate. La prima udienza è fissata per il prossimo 3 marzo al Tribunale delle Imprese a Milano.
Ma non finisce qui. Il 4 novembre Marchi ha rincarato la dose spedendo una lettera a Ferak per esercitare il diritto di recesso richiedendo la liquidazione delle proprie azioni. Il banchiere di Conegliano giustifica la sua scelta come diretta conseguenza del controllo della società esercitato da Acciaierie Valbruna che determinerebbe un’alterazione delle condizioni del rischio dell’investimento di Sviluppo 56 in Ferak senza essere stata accompagnata da un’opa.
A quanto risulta, Ferak e gli Amenduni - che si preparano alla nuova battaglia in tribunale - hanno espresso sbigottimento per dei rilievi mossi solo ora, dopo che è dal 2016 che, avendo acquistato le quote di Palladio, Acciaierie Valbruna detiene direttamente e indirettamente il controllo della finanziaria. In più, per il board - che esclude ogni attività di direzione e coordinamento negli anni se non nelle sedi istituzionali dell’assemblea - la lettera con la richiesta di recesso è strumentale.
In sostanza - suppone il board - la reale finalità di Marchi non sarebbe contestare la legittimità del bilancio o un abuso di maggioranza, ma quella di ottenere la liquidazione del proprio investimento in un momento di mercato eccezionalmente positivo per il titolo Generali.
Le azioni del Leone viaggiano oltre i 28 euro (e sono in carico nel bilancio Ferak a 19 euro). Non è la prima volta che a Nordest finiscono nelle aule dei tribunali. Nel 2018 c’era stato un primo scontro con i soci di minoranza su un aumento di capitale da 70 milioni voluto dal management di Ferak per dar modo alla finanziaria di diversificare sensibilmente gli investimenti troppo dipendenti da Generali, raddoppiando la dimensione della società e riducendo il rischio.
Di contro, nel parterre dei soci belligeranti, i liquidatori di ciò che è rimasto di Veneto Banca non stanno facendo cassa con il restante 10% di Ferak per rifondere i risparmiatori coinvolti dal crack dell’istituto di Montebelluna. I correntisti aspettano i denari da anni, mentre i liquidatori scommettono sull’ulteriore apprezzamento del titolo del Leone. (riproduzione riservata)