Trovare un socio industriale per liberarsi dall’abbraccio di Negma nei prossimi mesi. Con questo obiettivo Fidia, società specializzata in macchine utensili, valuterà i pretendenti che si stanno facendo avanti per investire. Il gruppo, quotato a Piazza Affari, sta uscendo non senza fatica da una lunga crisi che lo ha spinto a usufruire dal 2022 di una serie di prestiti obbligazionari convertibili (Poc), sottoscritti da una controllata del fondo emiratino. Per l’anno in corso il poc dovrebbe garantire 5 milioni, di cui 2 milioni già versati. Dopodiché, l’azienda intende tornare a sostenersi con modalità più stabili.
«Con il 2026 il poc è terminato e non abbiamo motivo di ripartire con questa forma di finanziamento. Ha salvato l’azienda, ma ora speriamo di riprendere i rapporti con gli istituti di credito e, in caso di necessità, di poter reperire risorse sul mercato», racconta Luigi Maniglio, presidente esecutivo di Fidia. «L’ideale sarebbe trovare un partner industriale. Abbiamo dato mandato a una società di advisory e ora stanno arrivando le prime manifestazioni di interesse».
I potenziali investitori trovano un gruppo che nel 2025 ha registrato un fatturato di 30,5 milioni (+75%), con margini ancora bassi ma positivi: un Ebitda di 0,6 milioni (da negativo per 4,9 milioni) e un utile di 1 milione rispetto a una perdita di 9,5 milioni nel 2024. Inoltre, l’indebitamento è sceso a 3,9 milioni con un miglioramento di 2,4 milioni in un anno.
«Non siamo tornati alle dimensioni pre-Covid, quando il gruppo fatturava circa 60 milioni, ma ora l’azienda riesce a registrare risultati positivi. Abbiamo cassa attiva ed è un segnale importante, anche se non siamo ancora dove vorremmo», aggiunge il presidente.
Allo sforzo del rilancio, passato anche da un piano di concordato, contribuisce il contesto. «Il mercato delle macchine utensili in Europa attraversa una fase non facile per diversi motivi», spiega Maniglio. «Primo, è venuto meno il mercato russo che prima della guerra assorbiva molti macchinari. Secondo, il settore sconta la crisi dell’automotive. Terzo, la Cina: le aziende europee di macchine esportavano molto sul mercato cinese, ma ora lo scambio commerciale si è fortemente ridotto perché Pechino privilegia i produttori locali. Quindi o si produce in loco, che è quello che abbiamo ripreso a fare, o quel mercato è perso».
Fidia aveva smesso di produrre in Cina diversi anni fa, dopo il fallimento del socio locale di una joint venture, ma ora ha riattivato la produzione in via diretta e ha già preso diversi ordini.
Infine, il gruppo sta attuando una strategia di diversificazione settoriale per tamponare la crisi dell’automotive. «Abbiamo iniziato a operare in particolare nel campo aerospace e possiamo produrre pezzi medio-grandi per aerei e veicoli spaziali. È un settore che inizia a portare molte commesse», conclude Maniglio. «Sull’automotive non vedo una linea chiara, bisognerà capire che ruolo avrà l’Ue ma il rischio è che sia marginale». (riproduzione riservata)