Impossibile non notarli sul book di contrattazione. Gli azionisti cinesi di Ferretti spa si stanno muovendo in borsa in maniera molto evidente. È da circa un mese che, con cadenza giornaliera, Weichai Group (attraverso la controllata Ferretti International Holding) acquista massicciamente titoli Ferretti sul mercato di Piazza Affari. Stando a quanto dicono i trader dalle sale operative, si vedono proprio delle ondate di ordini in acquisto che spazzano via fino a 10 livelli di lettera ogni volta. E non si fatica a credergli, se si analizzano gli internal dealing che poi devono obbligatoriamente essere pubblicati.
La campagna acquisti è partita il 12 dicembre quando la Ferretti International Holding lungo la seduta acquistò 152.114 azioni a un prezzo medio ponderato di 2,9673 euro per azione, su 1.345.019 azioni scambiate nella giornata. Una spesa di poco sopra le 450 mila euro, per portare la partecipazione detenuta al 37,59%.
Altra tappa il 15 dicembre, con l’acquisto di 105 mila azioni. Potrebbero sembrare due giorni di pausa, ma in realtà c’era solo il weekend di mezzo. Da quel giorno e fino alla fine del 2025, ogni seduta di borsa aperta è stata un’occasione d’acquisto. Per rendere l’idea, al 31 dicembre la partecipazione del socio cinese aveva raggiunto il 38,02%, per un esborso totale di circa 5 milioni di euro. Il nuovo anno è cominciato come è finito quello vecchio, con Ferretti International Holding che ha continuato la sua scalata, con persino maggiore intensità, salendo al 38,2% del gruppo.
Con una spinta così costante è stato inevitabile che il corso azionario venisse proiettato a rialzo, con l’azione che ha chiuso le contrattazioni settimanali a 3,64 euro, facendo guadagnare al titolo un 30% dall’inizio degli acquisti. Alcune domande su cosa stia spingendo l’azionista cinese a rimarcare così vistosamente il territorio è impossibile non porsele.
Fermo restando che la partecipazione in Ferretti (via Weichai Group) della holding statale cinese di attrezzature pesanti Shandong Heavy Industry Group Co era stata dichiarata non strategica, un attivismo così intenso fa pensare che qualcosa si stia muovendo. Nulla di fanta-finanziario come i rumor di alcuni mesi di una possibile opa, visto che c’è sempre l’incognita del golden power che aleggia sopra questo tipo di operazioni.
La ragione dell’arrotondamento della quota da parte dei cinesi è più probabilmente legata al rinnovo del consiglio di amministrazione.
L’attuale cda andrà in scadenza con l'approvazione del bilancio dell'esercizio chiuso al 31 dicembre 2025 e verrà dunque rinnovato con la prossima assemblea degli azionisti di metà maggio. Che vi siano attriti tra l’azionista cinese e il management del gruppo, guidato dall’amministratore delegato Alberto Galassi, non è un mistero: la proprietà asiatica che soffre la marginalizzazione dei propri rappresentanti nei processi decisionali dell’azienda.
A tal riguardo, nel corso del 2025 il board ha già visto integrazioni e rimpasti, tra cui la nomina di Hao Qinggui come nuovo presidente (agosto 2025) e l'avvicendamento di alcuni consiglieri in sostituzione di membri dimissionari per sopraggiunti limiti di età.
L’attuale cda del gruppo è formato da nove membri, di cui sei di espressione della proprietà asiatica. Oltre al presidente Qinggui vi sono infatti l’amministratore esecutivo Tan Ning, gli amministratori non esecutivi Jin Zhao e Jiang Lan, e gli amministratori indipendenti non esecutivi Zhu Yi e Patrick Sun. Gli altri membri del cda sono l’ad Galassi, l’amministratore e presidente non esecutivo Piero Ferrari e l’amministratore indipendente non esecutivo Stefano Dominicali.
Con la serie di acquisti dell’ultimo mese, gli azionisti di controllo stanno puntellando la loro partecipazione, probabilmente per disinnescare la possibile presentazione (a margine dell’assemblea degli azionisti) di un’eventuale lista di minoranza per il rinnovo del cda. L’attuale compagine azionaria vede infatti la Shandong come primo azionista al 38,2%, seguita dalla Valea Foundation, dell’imprenditore ceco Karel Komarek, con una quota di poco superiore al 14%.
Rilevanti sono poi le quote degli italiani, dove spiccano l’imprenditore Danilo Iervolino (con un 5,2% circa), Piero Ferrari (con un 4,63%) e la famiglia Bombassei con un 2% circa. Ci sono poi una ventina di fondi istituzionali che formano una quota aggregata di circa il 14%. Tutti azionisti che potrebbero voler dire la loro in assemblea. Sempre che i cinesi, vista la determinazione mostrata finora, non salgano sopra il 50%. (riproduzione riservata)