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Federico Ghizzoni (Rothschild): per le banche italiane il risiko è inevitabile
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Federico Ghizzoni (Rothschild): per le banche italiane il risiko è inevitabile

21 aprile 2023, 21:00

Per il banchiere l’incertezza spingerà molti istituti a giocare la carta del consolidamento. Cosa che finora non è avvenuta. Il credit crunch? C’è, ma è meno grave rispetto alle crisi precedenti | Unicredit, JP Morgan alza le stime di utile per azione e dividendo. E la considera più interessante di Banco Bpm. Ecco perché

L’m&a tra banche sta per tornare di nuovo di attualità in Italia. Il fenomeno è inevitabile, soprattutto in una fase di incertezza come quella a cui si sta assistendo nel mondo del credito. Ne è convinto Federico Ghizzoni, banchiere di lungo corso che dopo essere stato ceo di Unicredit è diventato presidente di Rothschild & Co Italia. Il consolidamento rappresenterà una svolta per il settore: «Quando le cose vanno bene, si tende a non pensare troppo a M&A perché un’operazione straordinaria rappresenta comunque un rischio e va spiegata bene al mercato».

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Domanda. Ghizzoni, che valutazione dà di questi primi cinque mesi dell’anno?

Risposta. Il 2023 è più complicato del 2022, un anno che è stato irripetibile per gli investimenti e per i consumi. Oggi c'è un rallentamento, soprattutto sul fronte dei consumi. Eppure, l'economia italiana sta tenendo più di quanto ci si aspettasse solo qualche mese fa. A parte qualche settore che registra forti incertezze, sono rimasto positivamente sorpreso dal corporate italiano. Negli incontri che ho con gli imprenditori in Rothschild & Co registro ottimismo e gli investimenti continuano ad essere sostenuti.

D. Molti indicatori segnalano un rischio di credit crunch. Che idea si è fatto?

R. Ci sono due tipi di credit crunch: uno viene subìto dalle banche e si verifica quando scompare la liquidità dal mercato; l’altro è un credit crunch determinato dalle banche e si verifica quando gli istituti riducono il credito in via prudenziale a fronte di un contesto generale di forte incertezza. Ho la sensazione che oggi ci troviamo in questa seconda situazione: i banchieri sono cauti e vogliono evitare di ritrovarsi in bilancio un fardello di npl simile a quello uscito dalle precedenti crisi.

D. Per le aziende, comunque, il risultato è lo stesso: meno credito.

R. Bisogna però considerare che le aziende hanno fatto molta cassa. Negli ultimi due anni la liquidità complessiva per le imprese italiane è salita di circa 130 miliardi e oggi la stanno utilizzando in alternativa al credito perché costa. Il calo del credito è più che compensato dall’utilizzo dei depositi e queste risorse stanno andando soprattutto in investimenti. Anche nella gestione finanziaria, insomma, le nostre aziende stanno dando prova di quella flessibilità e di quella capacità di reazione che rappresentano i loro principali punti di forza di fronte alle crisi.

D. Questo spiegherebbe anche perché, almeno finora, l’aumento dei tassi non ha prodotto una recessione.

R. Ne sono convinto. L’utilizzo di cassa ha più che compensato il calo del credito. Sul fronte delle famiglie invece l'effetto tassi ha effettivamente comportato un calo della richiesta di mutui e di transazioni immobiliari. Ancora una volta vediamo il mondo aziende e il mondo famiglie muoversi a velocità diverse.

D. Che implicazioni avrà tutto questo per le banche italiane?

R. Per il resto, comunque, per trascinamento, il 2023 resterà un anno molto buono. Andando oltre ci sono aspetti che potranno incidere sul conto economico. La liquidità calerà sia perché le banche dovranno rimborsare i Tltro, sia perché in parte i depositi prenderanno altre strade. Per trattenerli, gli istituti di credito dovranno alzare il costo della raccolta come già sta accadendo negli USA sulle banche regionali. Questo fenomeno peraltro potrebbe cominciare proprio quando, a inizio 2024, Bce inizierà a far scendere i tassi. La forbice quindi si restringerà e non è scontato che le commissioni compensino il calo del margine di interesse. A tutto questo aggiungo che, con le piattaforme di mobile banking, oggi i depositi si spostano molto rapidamente e quindi i contraccolpi sulla liquidità degli istituti possono essere più violenti. Da ultimo, per quanto riguarda la qualità dell’attivo, ci sarà un aumento degli npl e degli accantonamenti anche se la misura è ancora difficile da prevedere. Insomma, luci e ombre.

D. Tra le ombre c’è il rischio di nuovi dissesti bancari dopo quelli di Svb e Credit Suisse?

R. Ritengo Credit Suisse un caso isolato. Sono più di 10 anni che il gruppo svizzero aveva problemi, rimasti sempre risolti. È stato sufficiente un momento congiunturale negativo per far saltare il banco. Non mi sembra invece un caso isolato quello delle banche Usa che nei prossimi mesi dovranno fare complessivamente molto affidamento sulla Fed. La situazione rimane instabile e il deflusso dei depositi c'è ancora. Lì ci sarà quel credit crunch subìto di cui parlavo prima. Bisogna vedere se questo fenomeno avrà effetti concreti anche sull'Europa, non tanto sulle banche quanto sul tessuto economico che rimane profondamente interconnesso a quello americano.

D. In questo scenario di incertezza si torna a parlare di M&A bancario. Una strada obbligata?

R. Quando le cose vanno bene, si tende a non pensare troppo a M&A perché un’operazione straordinaria rappresenta comunque un rischio e va spiegata bene al mercato. Penso che l’M&A comincerà a diventare di nuovo di attualità fra la fine del 2023 e nel 2024. Nel frattempo, sono accadute alcune cose; Mps, per esempio, si è rafforzata patrimonialmente e ristrutturata e in queste condizioni c’è da aspettarsi che la banca farà qualcosa non più come preda ma alla pari con gli altri attori. (riproduzione riservata)



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