Fa parte, la Federal Reserve, delle istituzioni e funzioni ora sotto attacco di Donald Trump, ma che costituiscono dei «contrappesi» fondamentali in un regime democratico, quali le università, la magistratura, la stampa. Non è immaginabile che si tratti di una delle solite giravolte di Donald Trump il nuovo attacco sferrato ieri contro il presidente della Fed Jerome Powell, reo, secondo il ‘tycoon’, di non abbassare i tassi di interesse ufficiali, mentre la Bce procede al taglio del costo del denaro per la settima volta.
Trump sostiene che Powell è sempre in ritardo, smentisce di averne chiesto le dimissioni, ma poi dice che se gliele chiederà effettivamente il banchiere centrale certamente si dimetterà, con il che lascia intendere che non è escluso che faccia una tale richiesta. Già comunque è un avanzamento perchè in passato Trump aveva minacciato di destituire Powell trascurando che questi ha la legge dalla sua parte e che solo per gravi reati potrebbe essere destituito; diversamente, continuerà ad adempiere al mandato fino alla sua scadenza di maggio 2026.
Un confronto dialettico tra il capo di un esecutivo e il banchiere centrale di un Paese - alla testa di un’istituzione che fruisce dell’indipendenza che non vuol dire separatezza - può non costituire un’anomalia alla condizione che si svolga nei limiti della correttezza istituzionale e con precise argomentazioni di merito. Non basta, come nel nostro caso, dire che si debbono abbassare i tassi per rilanciare l’economia, ma non ascoltare le ragioni della banca centrale.
Se Powell sostiene che gli obiettivi del «doppio mandato» della Fed - mantenimento della stabilità di prezzi e sostegno all’occupazione, quindi all’economia - in questa fase collidono tra di loro per cui bisogna scegliere delle priorità, non si può opporre, nella sostanza, un «fin de non recevoir» e, anzi, accusare il banchiere che, secondo Trump, starebbe facendo politica.
Un confronto serio dovrebbe svolgersi sulla base di adeguate «controdeduzioni» (se mai esistano) e avendo sempre cura di non introdurre elementi di sfiducia nell’istituzione - banca centrale che poi diventerebbe incertezza, confusione e sfiducia tout court.
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent, uno dei pochi nel governo Usa che conosce l’economia, i mercati e le istituzioni di regolazione e controllo, si starebbe prodigando perchè si assuma una linea responsabile nei confronti della Fed, un «contrappeso» istituzionale fondamentale che purtroppo, proprio per l’ostilità trumpiana alla logica dei «pesi e contrappesi», subisce attacchi che finiscono con l’avere una valenza generale.
Si pensi al ruolo della Fed nel mondo, all’effetto di imitazione che l’atteggiamento del tycoon può innescare, comunque alle relazioni tra le principali banche centrali che possono essere alterate in un momento in cui si afferma la linea protezionistica americana e il materialismo, in particolare in economia, sta diventando un ricordo. Tra governi e banche centrali deve sussistere un rapporto di discordia concors, distinzione netta dell’agire, reciproca indipendenza, ma convergenza sui fini. Se si altera questo assetto, salta un principio fondamentale della democrazia economica, anzi della democrazia tout court. E ciò accade nella prima economia del globo.
Di qui la grande attenzione nelle altre principali Banche centrali, a cominciare dalla Bce la cui presidente Christine Lagarde ha espresso particolare stima per Powell e, soprattutto, ha detto che l’indipendenza delle banche centrali è un requisito fondamentale della loro ragion d’essere. Dai più lontani tempi finanche la figura del tesoriere del re ha sempre fruito di autonomia proprio perché l’unificazione delle relative attribuzioni esalta il conflitto di interesse e la commistione e favorisce diseconomie nonché mala gestio.
È sperabile che una reazione agli attacchi trumpiani si manifesti innanzitutto negli Usa e che, poi, si colgano le occasioni di incontri internazionali - si pensi ai prossimi Spring Meetings del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale - per esprimere una corretta concezione dei rapporti tra Banca centrale ed esecutivo e sostegno a chi, nella prima, ingiustamente sia sotto attacco. È una lezione preventiva ‘a contrario’ anche per l’Italia dove in passato, anche se non prossimo, pure si sono verificati gravi attacchi alla Banca d’Italia per l'esercizio delle sue funzioni, a partire dalla destabilizzante manovra di poteri occulti e palesi contro Baffi e Sarcinelli nel 1979. È il punto finale dove purtroppo rischiano di approdare anche oggi attacchi, questi si, di natura politico - ideologica. (riproduzione riservata)