Kevin Warsh prenderà il posto di Jerome Powell, il cui mandato scade a maggio, alla presidenza della Federal Reserve. Per molti è più falco del previsto, per altri proprio quest’ipotesi potrebbe rivelarsi errata.
«Il suo pensiero potrebbe essere più sfumato, dato che lo stesso Warsh ha rilasciato pochissime dichiarazioni pubbliche sulla politica monetaria negli ultimi tempi», sottolinea James Bilson, Fixed Income Strategist, Global Unconstrained Fixed Income di Schroders. Ma fino a quando non si avranno indicazioni più chiare da parte di Warsh su come vede l'attuale orientamento della politica monetaria statunitense, per il posizionamento del portafoglio posizionamento del portafoglio bisogna tener conto di alcuni fattori.
Ciò di cui l'economia americana ha bisogno e ciò che i policymaker offrono non sono necessariamente la stessa cosa. Sebbene Warsh abbia dimostrato di avere una mentalità indipendente, sembra improbabile che il ruolo venga assegnato a qualcuno che non abbia presentato argomenti convincenti durante i colloqui con il presidente Donald Trump sul perché i tassi di riferimento potrebbero essere ulteriormente abbassati verso il 3%.
«Warsh è molto meno propenso di altri candidati a desiderare tagli aggressivi dei tassi ben al di sotto di quanto necessario. Allo stesso tempo, tuttavia, in qualità di abile operatore politico con una precedente esperienza di funzionamento della Fed, a nostro avviso è più in grado di attuare un ulteriore allentamento moderato rispetto ad alcuni dei suoi rivali», prevede Bilson.
Sebbene sia probabile che il nuovo presidente della Fed preferisca un bilancio più snello e trasparente nel lungo periodo, l’esperto di Schroders ritiene che si tratti di un obiettivo a lungo termine e dubita fortemente che possa essere attuato in modo tale da perturbare gravemente il mercato dei titoli del Tesoro Usa (il 10 anni rende il 4,026% e il 2 anni il 3,39%). Perché dovrebbe farlo?
«Riteniamo, invece, che la sua cautela nei confronti della politica di bilancio rifletta un desiderio a più lungo termine di abbandonare il quantitative easing se e quando saranno necessari ulteriori stimoli monetari, cosa che, a nostro avviso, non è prevista nel breve termine, e di coordinarsi più strettamente con il Tesoro statunitense per garantire un migliore allineamento delle politiche», continua Bilson.
Ad esempio, se nel lungo termine la Fed dovesse consentire la riduzione delle proprie disponibilità in titoli del Tesoro Usa a scadenza più lunga, ma con modifiche normative che determinassero un aumento compensativo della domanda di tali asset, non si tratterebbe necessariamente di una politica negativa.
Il mercato del lavoro resta un elemento fondamentale per gli investitori obbligazionari. Il Congresso impone alla Fed gli obiettivi di ««prezzi stabili e piena occupazione»», ma è la Fed stessa a interpretarli, ad esempio definendo «prezzi stabili» un'inflazione del 2%.
A questo proposito si potrebbe sostenere che la ««massima occupazione»» implica un tasso di disoccupazione inferiore all'attuale stima del tasso naturale della Fed, pari al 4,2%. A parità di condizioni, una stima più bassa del tasso di disoccupazione naturale richiederebbe tassi di politica monetaria più bassi (le ragioni potrebbero includere il cambiamento strutturale dell'adozione dell'AI o l'esempio del 2018 di disoccupazione inferiore al 4% con pressioni salariali molto contenute).
«Attendiamo ulteriori prove che Warsh la pensi in questo modo, ma alcuni suoi commenti sull'intelligenza artificiale e sulla produttività come forze disinflazionistiche lo suggeriscono», indica Bilson.
Dal punto di vista operativo, l’esperto mantiene una visione moderatamente ribassista sulla duration statunitense (rischio di tasso d'interesse), riflettendo prospettive di crescita ancora solide, segnali di stabilizzazione nel mercato del lavoro e il sostegno fiscale che si rifletterà sull'economia nel 2026.
Tuttavia, dato che prevede che Warsh vorrà e sarà in grado di attuare ulteriori tagli dei tassi, Bilson ritiene che l'entità di un'eventuale correzione al ribasso sarà probabilmente limitata. «Diventeremmo più ottimisti sulla duration statunitense se i mercati scontassero un taglio (a giugno?, ndr), o anche meno, per il resto del 2026, ma non siamo ancora a quel punto», precisa l’esperto.
Il segmento del mercato obbligazionario a lungo termine rimarrà vulnerabile all'indisciplina fiscale, ma i rendimenti sono aumentati dopo l'annuncio di Warsh, poiché i mercati hanno estrapolato le sue opinioni storiche sul bilancio nella politica futura, pesando sulla domanda a lungo termine. «Anche in questo caso, non siamo ancora a quel punto, ma se questa dinamica dovesse continuare, si presenteranno opportunità interessanti: rendimenti a 30 anni superiori al 5% (ora al 4,67%, ndr) renderebbero le valutazioni molto più allettanti», conclude Bilson. (riproduzione riservata)