Gli armatori hanno smesso di protestare contro le tasse sulle emissioni che l'Europa ha imposto; la “battaglia” ora si sposta sul tentativo di trattenere per il proprio comparto i proventi al fine di riottenere almeno una parte di quei soldi sotto forma di sussidi e incentivi pubblici. L'annual meeting 2024 di Assarmatori a Roma ha fatto chiaramente emergere l'avvio concreto dell'azione di lobby per la futura assegnazione delle ingenti risorse finanziarie che, a partire da quest'anno, deriveranno dall'applicazione del regolamento Ets (Emission Trading System) e dal prossimo anno dalla FuelEu Maritime per poi proseguire con l'Etd (Energy Taxation Directive).
Numeri alla mano si parla di un mercato, quello dei certificati bianchi negoziabili, che finora per l'Italia è valso 3,6 miliardi di euro annui derivanti dalle grandi industrie emettitrici (cementifici, trasporto aereo, centrali elettriche, siderurgiche, ecc.), ma da quest'anno vedrà anche il trasporto marittimo contribuire inizialmente, secondo le stime, per circa 450 milioni di euro (solo per il nostro Paese) spendibili dall'anno successivo. Questa cifra salirà a 650 milioni nel 2025 (spendibili dal 2026) e a regime le risorse saliranno fino al miliardo di euro.
Un tesoretto che per metà è già destinato a coprire il debito pubblico italiano ma che per il restante 50% gli armatori vogliono sia destinato alla transizione ecologica del trasporto via mare sotto forma di sostegno pubblico (incentivi e contributi) a diverse attività. Tra queste ad esempio strumenti per il cosiddetto modal shift (ovvero misure di stimolo come il Marebonus che favoriscano il trasporto intermodale marittimo rispetto al tutto strada), sostegno economico per coprire il differenziale di prezzo fra il bunker tradizionale e i nuovi (e più cari) carburanti green, co-finanziamenti per il rinnovo delle flotte (soprattutto quelle impiegate nelle rotte di corto raggio) e per realizzare impianti a terra (depositi costieri) per lo stoccaggio e la logistica dei nuovi fuel (per Assarmatori il futuro prossimo sarà il Gnl e i biocarburanti).
Ma chi decide quanto e a chi destinare le risorse derivanti da queste «tasse di scopo» (questa la definizione che Assarmatori ha rimarcato) finalizzate a favorire la transizione energetica e la decarbonizzazione del trasporto marittimo? A farlo è un soggetto istituzionale piuttosto misterioso, ribattezzato dagli addetti ai lavori “Comitato Ets”, al quale finora partecipavano solo cinque membri rappresentanti del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e del Ministero dell'Ambiente e della sicurezzuesto era l'impegno che l'Itala energetica (Mase). Nelle scorse settimane un apposito decreto legislativo approvato dal Consiglio dei ministri ha previsto che i membri del Comitato Ets salgano da cinque a sette, di cui due nominati dal Ministero dei Trasporti. Una composizione che però significherà per il dicastero essere in netta minoranza rispetto a Mimit e Mase nel votare i progetti a cui destinare i fondi derivanti da queste tasse di scopo.Ed è proprio qui che si gioca la delicata partita politica sulla quale è stato chiamato a dare un aggiornamento il viceministro dei Trasporti, Edoardo Rixi, durante la tavola rotonda organizzata da Assarmatori: «Per lo shift modale ci vogliono 100 milioni di euro all'anno ma per fare questo servirebbe che i fondi Ets derivanti dal trasporto marittimo andassero al Ministero dei Trasporti. Reindirizzare una quota significativa dei fondi da destinare all'economia del mare e non all'edilizia pubblica, qia si era presa con l'Europa in materia di Ets». (riproduzione riservata)