In uno scenario internazionale sempre più complesso e incerto, l’agroalimentare italiano è stato resiliente: «La reputazione dei nostri marchi, la qualità dei prodotti e la capacità delle imprese di costruire relazioni di lungo periodo con clienti e distributori, nonché un’elevata capacità delle imprese di adattarsi al cambiamento rappresentano un patrimonio competitivo che continua a fare la differenza sui mercati internazionali». Lo ha spiegato a MF-Milano Finanza, il cavaliere del Lavoro Giacomo Ponti, che è ad del Gruppo Ponti, presidente di Federvini e di Italia del Gusto, il consorzio composto da 30 aziende del settore alimentare e vinicolo italiano (con un fatturato aggregato di 22 miliardi), fondata da Giovanni Rana, e che compie 20 anni. La sua funzione è quella di rafforzare la competitività internazionale delle imprese attraverso strategie condivise di marketing, comunicazione e sviluppo sui mercati esteri.
L’impatto dei dazi comunque si nota, anche se «poteva andare decisamente peggio». Nel 2025, fotografa l’Osservatorio Nomisma per Italia del Gusto, l’export agroalimentare italiano ha raggiunto i 59,3 miliardi di euro in crescita del 5,1%, confermando l'Italia al sesto posto mondiale con una quota del 4,6% del commercio globale del settore. L’Europa si conferma il principale driver di crescita (+7,3%), mentre le vendite dell’agroalimentare tricolore negli Stati Uniti calano del 4,5%. D’altronde, spiega Ponti, vige la legge della domanda e dell’offerta, per cui «all’aumentare del prezzo diminuiscono i livelli di consumo».
Entrando nello specifico dei dati, l’impatto più significativo dei dazi statunitensi si sente sui prodotti non di lusso, «la cui domanda è maggiormente elastica quindi reagisce più velocemente all’andamento dei prezzi». Quanto, invece, alle fasce «premium e di alta gamma dei prodotti Made in Italy riescono ad assorbire meglio eventuali aumenti di prezzo fino all’15%, senza particolari effetti sui volumi di vendita».
A livello di prodotti italiani venduti all’estero, «il vino sta particolarmente soffrendo», ha segnalato Ponti. Anche se l’Italia ha fatto meglio degli altri Paesi europei: per i vini tricolore la contrazione è stata del 3,6% sul 2024, la Francia ha segnato -6% e la Spagna -8%.
Tra poco più di un mese, è attesa la decisione del presidente statunitense Donald Trump sulla proroga, eliminazione o aggravio dei dazi. Ma «le imprese esportatrici italiane non possono pensare di lasciare la presa sul mercato statunitense, che è il secondo per l’export italiano, dietro solo la Germania». Allo stesso tempo, aggiunge Ponti, è giusto lavorare su altri mercati. Polonia e Spagna stanno registrando crescite molto significative, rispettivamente del 21,6% e del 13%. «Guardiamo con interesse all'India, dove gli accordi di libero scambio potrebbero aprire spazi importanti, e alla Corea del Sud. E al Giappone, tra i Paesi con il più elevato livello di spesa alimentare pro capite. Anche la Cina resta strategica nel lungo periodo, pur se la domanda oggi appare inferiore alle attese». Prima del conflitto in Iran, anche Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita «stavano offrendo prospettive di crescita particolarmente interessanti, soprattutto per i prodotti premium e per il vino legato allo sviluppo del turismo internazionale di fascia alta». (riproduzione riservata)