Non una cattiva gestione, ma un disegno unitario, doloso e preordinato. Non un fallimento industriale, ma una estrazione sistematica di valore. È questo il cuore dell’atto di citazione di 207 pagine notificato lunedì 12 ad ArcerlorMittal presso il Tribunale di Milano, nella sezione Imprese, dai commissari straordinari di Acciaierie d’Italia. Convenuti anche 13 persone fisiche tra ex amministratori, dirigenti e consulenti della società indiana, «cui risultano imputabili le condotte illecite che hanno concorso ad arrecare pregiudizio al patrimonio sociale di Acciaierie d’Italia».
La prima udienza è fissata per il 30 novembre 2026. Secondo l’atto firmato dagli avvocati Andrea Zoppini, Giulio Angeloni e Vincenzo Di Vilio, di cui MF-Milano Finanza è in possesso, l’operazione con cui ArcelorMittal si aggiudicò gli asset Ilva non sarebbe mai stata finalizzata a un vero rilancio industriale.
Il documento, denso di accuse pesantissime che si basa anche su una forensic due diligence affidata dalla società di revisione Bdo, ricostruisce sei anni di gestione, dal 2018 al 2024, definiti come uno dei più rilevanti casi italiani di «looting case» industriale: il saccheggio programmato di una grande impresa attraverso strumenti formalmente leciti ma sostanzialmente distorsivi.
L’affitto dei rami d’azienda con obbligo di acquisto – punto cardine dell’accordo del 2018 – viene descritto come una «killer acquisition»: sarebbe stata una strategia la cui «volontà preordinata» era «di estrarre valore dai complessi aziendali condotti in affitto senza poi finalizzarne l’acquisto, bensì attuando un percorso di progressivo disimpegno».
Secondo la ricostruzione contenuta nell’atto di citazione, il gruppo guidato dal magnate dell’acciaio Lakshmi Mittal avrebbe prima «architettato e poi concretamente attuato una specifica e preordinata strategia predatoria volta ad assumere la gestione dei complessi aziendali di Ilva e a modificare in modo irreversibile il modello di business della società, esternalizzando tutte le attività a maggior valore aggiunto». Per fare ciò, i Mittal avrebbero limitato «l’apporto di risorse finanziarie» e avrebbero consentito «l’ingresso nella compagine sociale di Invitalia» solo per poter «ridurre la propria partecipazione al rischio d’impresa».
Uno dei pilastri dell’accusa riguarda la totale inadeguatezza degli assetti organizzativi, amministrativi e contabili. Per anni, sostengono i commissari straordinari, Acciaierie d’Italia non avrebbe avuto né un organigramma approvato né un sistema coerente di deleghe, né tanto meno presìdi reali sulle operazioni infragruppo.
Il risultato? Un consiglio di amministrazione esautorato e una «governance parallela che ha operato sistematicamente bypassando l’organo amministrativo di Acciaierie d’Italia» con decisioni prese fuori dalle sedi formali in costante raccordo con i vertici ArcelorMittal, che era «peraltro costituita dall’amministratore della società Lucia Morselli (ad dal 2019 al 2024, ndr) e da altri esponenti aziendali e consulenti di primario standing».
Emblematico – si legge – l’uso sistematico di email personali per eludere tracciabilità e controlli: «la ricostruzione delle vicende ha trovato un ulteriore ostacolo nel fatto che le caselle di posta elettronica aziendali dei principali soggetti coinvolti, come per esempio quella di Morselli risultano essere state utilizzate in misura minima a vantaggio invece di quelle personali»
Il capitolo finanziario è tra i più pesanti. Secondo i commissari l’aumento di capitale da oltre 1,2 miliardi deliberato nel 2018 non sarebbe mai stato versato in denaro ma liberato tramite conferimento di un credito infragruppo, senza perizia di valutazione. Ciò avrebbe falsato i bilanci, ritardato l’emersione della crisi, creato dipendenza finanziaria strutturale.
L’atto parla chiaramente di un «cash pooling anomalo», ossia di un meccanismo finanziario nel quale, contrariamente alla prassi ordinaria, il conto corrente condiviso tra Acciaierie d’italia e ArcelorMittal Treasury (società partecipata al 99,99% da ArcerloMittal France) non veniva azzerato periodicamente ma manteneva un saldo costantemente a credito della società italiana. In sostanza, Acciaierie d’Italia non ricevette liquidità reale e fu trasformata di fatto in finanziatrice della sua controllante.
Sul piano industriale, l’atto denuncia poi gravi carenze manutentive, che avrebbero ridotto la capacità produttiva e generato un contenzioso da 947 milioni con Ilva commissariata. Sul fronte ambientale, emerge il capitolo Ets con i commissari che hanno già presentato un esposto alla Procura di Milano per ipotesi di truffa aggravata sulle emissioni CO2.
La domanda risarcitoria è imponente. Il criterio principale è quello dell’art. 2486 del codice civile, ovvero la differenza tra attivo e passivo accertati in procedura, la richiesta di risarcimento complessivo ammonta a 7 miliardi di euro. Ora spetterà al tribunale valutare la richiesta dei commissari nominati dal governo Meloni, con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso in prima fila, nei confronti dei presunti responsabili di una gestione che le carte illustrano alla stregua di uno scippo finanziario. Una maxi-causa destinata già da ora a pesare sulla sorte dell’acciaieria tarantina e sui suoi futuri possibili compratori. Una storia che appare senza fine. (riproduzione riservata)