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Enrico Letta
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Enrico Letta: L’Italia deve essere «protagonista del nuovo treno europeo». Verso un mercato unico Ue

di Irene Elisei Class Cnbc
06 settembre 2024, 20:45

Il secondo mandato di von der Leyen è ambizioso e per Roma è un’occasione da cogliere. Deve essere realizzato il mercato unico dei capitali per competere con Stati Uniti e Asia. Parla Enrico Letta

«L’Europa ha bisogno di una nuova integrazione economica, il nazionalismo sovranista aiuta solo Wall Street». Lo dice in questa intervista a Class Cnbc Enrico Letta, presidente dell’Istituto Jacques Delors ed estensore del «Rapporto sul futuro del mercato unico Ue». Un documento che il Consiglio Europeo ha commissionato all’ex premier italiano e che, assieme al Rapporto sulla competitività che Mario Draghi presenterà lunedì 9, costituiranno gli assi portanti della nuova legislatura europea. L’esito delle elezioni Ue ha mostrato l’indebolimento dell’asse franco-tedesco e l’Italia può e deve giocare un ruolo di primo piano. Secondo Letta, infatti, «serve un surplus d’Italia. Il nostro Paese deve essere protagonista e stare attaccato al nuovo treno europeo perché Ursula Von der Leyen ha fatto partire una locomotiva molto più ambiziosa in questo secondo mandato».

Domanda. Un viaggio di otto mesi attraverso i 27 Paesi dell’Unione, fatto di 65 tappe e 400 incontri, con l'obiettivo di capire come rilanciare l'integrazione economica del continente. Da questo percorso nascono le proposte contenute nel suo Rapporto, poi diventato un libro dal titolo «Molto più di un mercato». Qual è il messaggio principale che lancia?

Risposta. Svegliamoci! Il mondo è cambiato, è diventato molto più grande rispetto a quando il mercato unico è iniziato. Nel 1985 la Cina e l'India non c'erano e non c'era la concorrenza che abbiamo oggi. All’epoca i mercati nazionali potevano sembrare sufficienti in alcuni grandi campi economici, oggi la dimensione nazionale è mortale. Di fronte a questi giganti l'unica dimensione vincente è quella europea. Finora abbiamo usato solo metà della gemma preziosa che abbiamo in mano, cioè il mercato interno. È arrivato il momento di usarlo appieno per essere competitivi, creare lavoro e produrre crescita.

D. La sua proposta di integrazione economica europea parte da tre settori strategici: energia, telecomunicazioni e finanza. Perché?

R. Perché sono gli ambiti dove la dimensione nazionale prevale su quella europea. Basti pensare che abbiamo autorità di vigilanza per ciascun settore moltiplicate per i 27 Paesi europei. Pensiamo ad esempio alla Slovenia: un Paese con 2 milioni di abitanti e quattro operatori di telefonia mobile. È evidente che ciò porta a un nanismo che sta rendendo l'Europa troppo debole. Abbiamo bisogno di maggiore integrazione a partire da quei tre settori, stiamo perdendo troppe occasioni.

D. Il completamento del mercato unico dei capitali sarà realizzabile in questa legislatura europea?

R. Sì, deve essere la volta buona, altrimenti non ci resterà che gestire il declino dell'Europa. L’attuale mercato dei capitali è debolissimo, asfittico, tutto ormai è nelle mani del mercato finanziario americano che è molto più grande e attrattivo. Una quantità enorme di risparmio italiano ed europeo viene investito negli Stati Uniti, rafforza le imprese americane che poi comprano imprese europee con i nostri stessi soldi. È un paradosso. Il mio rapporto contiene un avvertimento: il nazionalismo economico ha effetti controproducenti e ci rende molto più deboli. Il nazionalismo sovranista aiuta solo Wall Street, non il Paese che alza la bandiera nazionale.

D. Ci sono 33 mila miliardi di risparmi privati europei che potrebbero potenzialmente essere utilizzati per gli investimenti di cui l’Europa ha bisogno; com’è possibile attrarli?

R. L’Europa ha bisogno anzitutto di sostenere la transizione verde. Dobbiamo farlo attraverso un mix di investimenti privati e pubblici perché solo così potremo reperire i 500 miliardi di euro l'anno di cui c'è bisogno per completarla, altrimenti la svolta green Ue sarà solo un grandissimo boomerang.

D. Il governatore di Bankitalia Fabio Panetta al Meeting di Rimini ha ribadito l’importanza di istituire uno strumento di debito comune europeo necessario al completamento del mercato unico. L'Europa resta divisa su questo, come superare lo stallo?

R. Lo stallo si può superare solo se si creano le condizioni affinché ci siano investimenti privati che finanzino la transizione verde. Per questa ragione ho proposto l'integrazione dei mercati dei capitali, lanciando un nuovo brand: «Savings and Investments Union», cioè l'unione dei risparmi e degli investimenti. Sono molto contento del fatto che von der Leyen abbia fatto suo questo brand e l’abbia inserito nel discorso con cui ha ottenuto la fiducia al Parlamento Ue. Non è solo uno slogan ma un concetto molto più efficace rispetto alla vecchia idea di Unione del mercato dei capitali. L’impasse sul debito comune europeo si sbloccherà solo se ci sarà un’apertura europea sugli investimenti privati per ottenere l’avallo da parte dei Paesi del Nord.

D. Nel Rapporto propone la creazione di un 28° Stato europeo virtuale; di che cosa si tratta?

R. Per rispondere condivido la domanda che è sorta in me incontrando tante pmi italiane: come facciamo a usare il mercato unico europeo tenendo conto di un diritto commerciale e un sistema fiscale diverso per ogni Paese? La mia idea è costituire una specie di Delaware, cioè uno Stato virtuale con un proprio diritto commerciale valido in tutta Europa e a cui ogni impresa sia libera di aderire. Penso sia l'idea giusta per rilanciare l’attrattività delle imprese Ue perché è una soluzione che scavalca il dibattito asfittico tra sovranismo e europeismo. Parliamo di un diritto commerciale europeo che sarebbe opzionale. Io non ho dubbi su che cosa sceglierebbero le imprese. Von der Leyen crede in questo progetto, lo ha dimostrando citando anche questo nello speech con cui ha ottenuto il voto di fiducia del Parlamento Europeo, e la Commissione Ue ci crede: sono fiducioso che possa essere realizzato in un paio d’anni.

D. Attendiamo a breve la presentazione del Rapporto sulla competitività Ue di Mario Draghi, che - assieme al suo - sarà un altro pilastro di questa X legislatura Ue. Lei e Draghi vi siete confrontati in questi mesi di lavoro e in merito ai risultati raggiunti? C’è complementarietà tra le proposte?

R. C’è stato moltissimo dialogo tra noi. Il Rapporto di Draghi ha un orizzonte più ampio, ma l’integrazione del mercato unico è una pre-condizione per la competitività e su questo, come era giusto fare, ci siamo confrontati molto. C'è la consapevolezza che la competitività è rischio, che l'Europa sta perdendo colpi e che le cose devono cambiare. I lavori che io e Draghi presentiamo dialogano molto tra loro e spero veramente che ispirino scelte concrete. Von der Leyen ha dato segnali di apertura importanti.

D. Insomma, lei è fiducioso che nell’agenda della nuova Commissione Europea questi temi avranno lo spazio adeguato.

R. Sì, perché ho capito, visitando tante nazioni in Europa, che anche le posizioni più sovraniste oggi si piegano di fronte all’evidenza che alzare la bandiera nazionale non porta da nessuna parte. O ci si integra oppure indiani e cinesi ci metteranno all’angolo definitivamente. Ci vuole un certo pragmatismo e a questo credo sia utile il mio Rapporto.

D. I sovranisti però ci sono e il loro consenso è in crescita: l’asse franco-tedesco è risultato fortemente indebolito dopo il voto di giugno. Sono seguiti nuove elezioni e due mesi di consultazioni in Francia e una vittoria schiacciante di AfD alle regionali della settimana scorsa in Germania. È preoccupato per il futuro dell'Europa?

R. Sono preoccupato del fatto che non si prendono le decisioni giuste. Nella scorsa legislatura molte cose sono state fatte come reazione a eventi esterni. Quello che io mi sento di chiedere oggi ai leader europei sono azioni; abbiamo bisogno di iniziative, come fece ad esempio nel 1985 Jacques Delors; capì l’importanza del mettersi insieme per non perdere la propria identità e fu così che propose la realizzazione del mercato unico.

D. Abbiamo parlato del futuro dell’Europa, come vede invece quello dell’Italia?

R. L'Italia deve essere protagonista e attaccata al treno europeo. Ho l’impressione che von der Leyen abbia fatto partire una locomotiva molto ambiziosa in questo secondo mandato, più che nella precedente legislatura. Il suo primo mandato è stato condizionato dal Covid, questa volta spero che l'Italia salga sul treno, si sieda comodamente e si metta a lavorare affinché questi cinque anni di legislatura siano di successo. Credo sia stato un errore da parte del governo non appoggiare von der Leyen e spero che adesso l'Italia recuperi terreno e sia completamente impegnata ad aiutare la Commissione.

D. Per l’Italia è decisivo ottenere la vicepresidenza esecutiva della Commissione Ue?

R. È decisivo che ci sia un ruolo importante per il commissario italiano, ma è anche decisivo che tutto il governo e i ministri italiani coinvolti nei diversi organi svolgano un ruolo proattivo e che al Consiglio Europeo la presidente sia pronta ad aiutare. In questo momento, con la difficoltà dell’asse franco-tedesco per motivi di politica interna, credo che ci sia un surplus di bisogno dell'Italia. Spero che il governo sia consapevole di questo bisogno, è una necessità storica di cui l'Europa e l’Italia devono essere consapevoli.

D. A proposito di bisogni e consapevolezze dell’Italia, parliamo di Pnrr. È escluso che il Piano diventi strutturale, ma in molti ne chiedono un prolungamento. Sarebbe utile spostare in avanti la deadline?

R. Più a lungo durerà il Pnrr e meglio sarà. Non deve però essere un alibi per ritardare la messa a terra dei piani. È in fondo il ragionamento che faccio nel Rapporto sul futuro degli investimenti: si facciano cioè a partire da una collaborazione tra pubblico e privato. Ritengo che una continuazione o un rilancio di Next Generation Eu sia fondamentale.

D. Lei, come racconta in chiusura del libro, è molto legato alla figura di Delors, presidente della Commissione Ue dal 1985 al 1995. Che cosa la politica europea non ha imparato della sua lezione?

R. L’idea che l'Europa non è soltanto freedom to move ma è anche freedom to stay. Questa idea della mobilità è fondamentale e se ce ne dimentichiamo molti sceglieranno di votare partiti populisti che sono contro l'Europa: sarebbe un danno micidiale. L’Europa è per tutti, per i centri e per le periferie. (riproduzione riservata)



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