L'energia è un problema adesso, non fra dieci anni. In questo senso è perfettamente comprensibile la logica di lungo periodo che ispira il ministro Gilberto Pichetto Fratin sul nucleare. Ma capire non significa aspettare. In questo 2026 la crescita del costo materia prima energia per le pmi sarà del 27%, con un balzo della spesa totale da 34,7 a 38,7 miliardi di euro e un prezzo omnicomprensivo che potrà facilmente superare 300 euro a megawattora.
Il nucleare ha una storia che parla chiaro, anche in Europa. La Francia, spesso citata come modello da emulare, ha annunciato la costruzione di sei nuovi Epr nel 2022. Il primo reattore di Flamanville, avviato nel 2007, ha prodotto i primi kilowattora commerciali solo nel 2024, con 12 anni di ritardo e un costo lievitato da 3 a oltre 13 miliardi di euro. In Finlandia il reattore di Olkiluoto 3 ha impiegato 14 anni per entrare in esercizio, con costi triplicati. Nel Regno Unito Hinkley Point C, atteso per il 2025, slitterà almeno al 2030, con costi saliti a 35 miliardi di sterline in prezzi 2015, quasi il doppio della stima originale. Non sono eccezioni, ma la norma del nucleare civile in Occidente negli ultimi 20 anni.
Nelle parole stesse del ministro l'Italia potrebbe avere i primi kilowattora nucleari «verso il 2033-2034, a essere ottimisti». Alla luce dei precedenti europei ottimismo è la parola giusta.
Nel frattempo però le imprese italiane pagano. Il fabbisogno energetico cresce, i prezzi restano strutturalmente elevati (l'Italia sconta ancora uno spread energetico significativo rispetto a Germania e Francia) e la dipendenza da importazioni estere, già drammaticamente esposta nel 2022 con la crisi del gas russo, rimane una vulnerabilità sistemica. Possiamo permetterci di aspettare un decennio?
Solo sui tetti dei capannoni industriali italiani esistono circa 300 chilometri quadrati di superficie inutilizzata, capaci di ospitare fino a 30 GW di nuova capacità installata. A fine marzo l'Italia contava già 44,9 GW fotovoltaici installati, con una crescita della produzione solare del 19% nel primo trimestre dell'anno. Nei giusti modelli di finanziamento, oggi accessibili e collaudati, l'investimento è a costo zero per l'impresa. Sono miliardi di euro di benefici netti pronti a tradursi in competitività reale: questa è politica industriale concreta.
C'è poi un tema che nel dibattito pubblico viene sistematicamente eluso: la localizzazione degli impianti. Il principio Nimby, «not in my backyard», è una costante della storia energetica italiana e non riguarda solo il nucleare. Ma i pannelli sui tetti, i capannoni trasformati in centrali diffuse, le comunità energetiche nei borghi: queste soluzioni non dividono i territori, li uniscono.
A questo si aggiunge la questione delle scorie: anche nell'ipotesi più favorevole la gestione dei rifiuti radioattivi richiede piani che si estendono oltre il secolo. È un orizzonte temporale che nessun soggetto industriale privato può governare: richiede uno Stato che sia ancora lì, con le stesse responsabilità, tra cento anni. Un rischio di sistema che merita di essere detto con chiarezza prima di ogni decisione.
Non siamo contrari al dibattito sul nucleare. Siamo contrari all'attesa come strategia. Professare la neutralità tecnologica significa soprattutto riconoscere che l'Italia ha uno dei livelli di irraggiamento solare più alti d'Europa, ha milioni di tetti industriali disponibili, ha imprenditori e società specializzate pronti a investire oggi. Usiamo intanto quello che abbiamo, subito. Senza aspettare ciò che forse arriverà fra dieci anni, forse quindici, forse mai. (riproduzione riservata)
*ceo di EnergRed