Può sembrare bizzarro che il coautore di un libro che qualche anno fa celebrava l’epifania della sovranità digitale europea affermi oggi che giorni molto difficili attendono questo presidio, se non un vero e proprio ridimensionamento.
Quando la professoressa Anu Bradford ha dichiarato che l’Europa era una superpotenza regolamentare, perché costringeva tutto il mondo ad adottare i suoi standard se voleva commerciare con l’Unione, ha commesso un errore di ingenuità. Almeno per quanto riguarda il tema cruciale della regolazione delle piattaforme digitali. Quando il presidente Donald Trump ha diffidato la Commissione Europea dal molestare i Gafam (Google, Apple, Facebook-Meta, Amazon, Microsoft) con istruttorie, regole e procedure sapeva esattamente che cosa faceva.
Nel momento in cui l’impero americano ha lanciato la sua sfida all’impero cinese sull’intelligenza artificiale le regole sono diventate un lusso perché Pechino non vi ha mai prestato grande attenzione.
L’Unione Europea non deve essere quindi di intralcio ed è chiamata a scegliere da che parte stare. Non è esattamente il modo con cui si tratta una superpotenza, ma è comprensibile per Washington perché sa perfettamente che Bruxelles, mai come in questo momento, difetta della coesione politica anche soltanto per fingersi come tale.
Non tutti i mali vengono per nuocere però. In tutti questi anni vi è stata una Cenerentola della regolamentazione che è un’assoluta eccellenza europea. Parlo dell’industria delle telecomunicazioni, a cui è stato fatto perdere molto tempo con un inconcludente Codice delle Comunicazioni e che aspetta con molta trepidazione il Digital Network Act. Ebbene, se la guerra ai Gafam è impraticabile, invece l’aiuto a questo settore, da cui dipende il destino di migliaia di lavoratori, è ben possibile. E non basta prendere atto, come ha illustrato bene Alberto Mapelli su questo giornale, del fatto che le telecomunicazioni sono riuscite a diventare imprese multiservizio. E nemmeno basta allentare i paletti sulle fusioni oppure incoraggiare una decisa deregolamentazione.
Perché questo non sarà sufficiente a sostenere un settore che necessita invece di una massiccia infusione di investimenti pubblici per sfidare i Gafam sul loro terreno.
A che cosa penso? Ad esempio a un cloud europeo. Ma in realtà ho in mente qualcosa di più. Se la Commissione Europea si accinge a riversare miliardi nel settore della difesa, orbene a beneficiare di una parte sostanziale di questi deve essere un’industria che ha capacità tecniche e concorrenziali che possono eccellere anche in questo campo. E che sono ben superiori a quelle dell’omologo oligopolio americano, il quale si distingue per inefficienza, prezzi alti e scarsa innovazione delle infrastrutture.
Destinare al settore una quota consistente di fondi pubblici consentirebbe inoltre agli Stati membri di fare penitenza. Dopo avere carpito miliardi di euro alle telecomunicazioni nelle aste sulle frequenze, le hanno pure costrette a investire senza sosta per aggiornare le infrastrutture, senza licenziare e senza alzare i prezzi al dettaglio. È giunta l’ora per i peccatori di perorare il perdono. Aux armes citoyens! (riproduzione riservata)
*professore alla facoltà
di Giurisprudenza di Firenze