Nella settimana dal 14 al 21 aprile il titolo Banco Bpm ha guadagnato il 15%. A spingere le azioni del gruppo guidato da Giuseppe Castagna sono state le speculazioni su un’imminente operazione straordinaria con Unicredit (salito solo del 3,7%).
Il deal però appare sempre più in salita proprio alla luce della reazione del mercato: se venerdì 14 un’azione Unicredit valeva oltre 5 azioni Bpm, venerdì 21 il rapporto si era ridotto a un’azione Unicredit per 4,2 azioni Bpm, proprio il concambio che i due titoli esprimevano nel febbraio 2022 quando il blitz di piazza Gae Aulenti fallì sia per una fuga di notizie (orchestrata, si mormora, dal Tesoro), sia per l’inizio delle ostilità di Ucraina. Ogni giorno che passa insomma, un matrimonio con il Banco è sempre più caro per Unicredit.
Eppure attorno all’ipotesi il consenso cresce. Venerdì 21 MF-Milano Finanza ha rivelato che Francesco Gaetano Caltagirone si è opportunisticamente posizionato all’1,1% del Banco proprio in vista di quelle operazioni straordinarie che nei prossimi mesi potrebbero infiammare il titolo. Non solo. Nella sua prima intervista da presidente della Crt Fabrizio Palenzona (azionista all’1,65% di Unicredit e all’1,8% di Banco Bpm) ha difeso la valenza strategica di un’eventuale fusione tra le due banche. I tempi sono quindi maturi perché nasca un nuovo polo nel credito?
Al suo arrivo in Unicredit, il ceo Andrea Orcel aveva fatto una promessa agli azionisti: rilanciare le attività italiane del gruppo dopo l’appannamento che si era registrato con la gestione di Jean Pierre Mustier. Alla promessa hanno creduto soprattutto i soci storici: le fondazioni Crt e Cariverona da un lato e la famiglia Del Vecchio dall’altro, che hanno svolto un ruolo chiave nella nomina di Orcel. Per onorare gli impegni presi il banchiere ha iniziato a lavorare a un’operazione straordinaria. La mediazione del presidente Pier Carlo Padoan non è però bastata a mandare in buca l’acquisizione Montepaschi, non gradita peraltro a diversi azionisti che avrebbero preferito un deal meno impegnativo con una banca del Nord. Unicredit ha così aperto il dossier Bpm, che non è più stato accantonato nonostante il flop del febbraio 2022 e un abortito tentativo di riavvicinamento nel novembre scorso.
Oggi il momento può ancora essere propizio. In primo luogo, nonostante il recente rally del titolo Banco, i concambi restano convenienti per Unicredit. In secondo luogo il cambio di governo ha permesso a Orcel di ricucire parzialmente lo strappo che si era aperto con il Tesoro dopo il no a Mps. La banca è riuscita infatti a ricreare un network che arriva fino alla presidenza del consiglio e che potrebbe propiziare un’operazione straordinaria. In terzo luogo i brillanti risultati economici e la crescita del dividendo hanno creato consenso tra gli azionisti, dalle fondazioni alla famiglia Del Vecchio fino ad Allianz (3,6%) che, in forza del rapporto di fiducia ricostruito negli ultimi due anni, appare predisposta ad appoggiare eventuali operazioni straordinarie, come anche il fondatore di Parvus Edoardo Mercadante (5,2%).
Non tutti i soci però sono allineati. Cariverona per esempio rimane molto cauta. L’ente guidato da Alessandro Mazzucco non ha mai nascosto la diversità di vedute con la Crt di Torino. Già lo scorso anno per esempio aveva rispedito al mittente la proposta della Crt di Giovanni Quaglia di creare un patto parasociale sulle partecipazioni. Anche al vertice di Unicredit si confrontano punti di vista differenti. Se una parte del board potrebbe appoggiare un matrimonio con Banco Bpm, il presidente Padoan e il vice presidente Lamberto Andreotti avrebbero avanzato qualche perplessità.
Anche nel campo opposto il dibattito è vivace. Crt potrebbe fare da catalizzatore all’interno del nuovo nocciolo italiano di Banco Bpm. Nel dicembre del 2020 la fondazione torinese era stata tra i promotori dell’accordo parasociale che si è progressivamente allargato fino a comprendere Cr Lucca, Cr Trento e Rovereto, Cr Alessandria, Cassa forense, Inarcassa e l’Enpam. Questo gruppo potrebbe coalizzarsi a favore di un’operazione con Unicredit, ma rimane l’incognita francese.
Il Credit Agricole ha portato la propria quota al 9,9%, una mossa che qualcuno ha letto come un avviso ai naviganti: Parigi intende mantenere una prelazione sui futuri assetti di controllo di piazza Meda. Da un’operazione con Unicredit del resto la banque verte avrebbe poco da guadagnare e molto da perdere. Tra i due gruppi c’è una forte alleanza industriale che passa attraverso il credito consumo (Agos Ducato) e le polizze (Banco Bpm Assicurazioni e Vera Assicurazioni) e che rischia di interrompersi in caso di cambio di controllo.
Una situazione ancor più grave visto che potrebbe fare il paio con il divorzio tra la controllata Amundi e Unicredit nelle attività del wealth management. Per difendere il proprio business italiano Agricole potrebbe allora mettere in campo una contro offensiva sul Banco, ingaggiando con piazza Gae Aulenti una sfida all’ultimo rilancio. La mossa rischia però di scontrarsi con l’ostilità della politica e del governo, che per proteggere l’istituto italiano da mire straniere innescherebbe senza dubbio lo scudo del golden power.
Anche al vertice di piazza Meda non sembra esserci pieno allineamento. Se i rapporti di stima che intercorrono tra il presidente Massimo Tononi e Orcel potrebbero favorire un deal, il ceo Giuseppe Castagna non perde occasione per difendere l’autonomia piazza Meda. Come potrebbe rispondere il banchiere a un eventuale attacco? Nelle banche d’affari si specula su un’operazione difensiva. Già l’annuncio di un possibile deal da 400-500 milioni nella monetica ha dato smalto al titolo nei giorni scorsi, ma per tutelare l’indipendenza servirebbe una mossa più ambiziosa: o un’offerta su una banca di medie dimensioni (è circolato il nome della Popolare di Sondrio) o l’intervento nella privatizzazione del Montepaschi in tandem con un altro soggetto, forse Intesa Sanpaolo.
Non vi è dubbio che le mire espansionistiche di Unicredit impensieriscano il vertice della Ca’ de Sass che, dopo il blitz su Ubi del 2020, ha preferito una crescita per linee interne. Basti pensare che, con un’opa sul Banco, Orcel raddoppierebbe il numero di sportelli in una regione nevralgica come la Lombardia, tallonando molto da vicino la rivale. Quale potrebbe essere la risposta di Intesa? Uno scenario su cui il mercato è tornato a speculare punta al più ambìto asset finanziario italiano, le Generali.
Dopo il flop del 2017 un’aggregazione coronata da successo rappresenterebbe non solo una rivincita personale per il ceo Carlo Messina ma, secondo diversi osservatori, anche il miglior modo per garantire l’italianità e la stabilità della compagnia triestina dopo le fibrillazioni degli ultimi anni. Non solo. Un’operazione di questo respiro rappresenterebbe una vera e propria Yalta bancaria, certificando una spartizione delle sfere di influenza ed evitando pericolose concentrazioni di potere. Per arrivare a questo però occorre che qualcuno faccia la prima mossa nello scacchiere del risiko. Gli occhi restano puntati su Orcel e le aspettative del mercato sono molto alte. Con ogni probabilità questa volta il Ronaldo dei banchieri (entrato nell’ultimo anno di mandato) non potrà permettersi di deluderle. (riproduzione riservata)