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Dario Amodei, ceo di Anthropic
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Ecco come un’azienda può misurare il rendimento di un investimento in AI

di Adriano Bertolino*
19 febbraio 2026, 20:00 Ultimo aggiornamento: 20:28

L'AI promette efficienza, ma nasconde rischi non lineari. Regolamentazione e governance sono cruciali per evitare che l’investimento si trasformi in una passività aziendale

Nelle sale riunioni, l’intelligenza artificiale (AI) sta vivendo la fase cosiddetta di «capex reputazionale»: si investe perché lo fanno i competitor, perché lo chiedono i clienti e la business unit, perché i vendor promettono efficienze immediate. Il problema è che molti trattano l’AI come un acceleratore lineare di efficienza (meno costi, più vendite), mentre in realtà è un investimento dal profilo di rischio non lineare. Può generare valore un giorno e il successivo essere bloccato da un audit, da un cliente o da un incidente di sicurezza. A quel punto il ritorno sull’investimento (Roi) non solo crolla, ma diventa negativo, dovendo far fronte a bonifiche, reingegnerizzazione, contenziosi, danno reputazionale e perdita di tempo sul mercato.

Il Roi dell’intelligenza artificiale

Per chi guida aziende e portafogli, il tema non è se arriveranno regole: il tema è che l’Europa ha già una traiettoria chiara e per fasi. Anche senza trasformare l’AI Act in un tecnicismo giuridico, la conseguenza manageriale è semplice: i requisiti di trasparenza, controllo e responsabilità si stanno materializzando mentre i progetti entrano in produzione. In altre parole: l’orizzonte del 2027 non è un rinvio sostanziale, è una finestra di esecuzione.

Il Roi dell’AI va letto come un investimento soggetto a premio per il rischio (risk premium). Non è un esercizio accademico: per il chief financial officer significa stimare correttamente il costo del capitale allocato, il rischio di interruzione e la probabilità di costi straordinari. In pratica, l’AI influenza quattro variabili che interessano direttamente le imprese: margini operativi, continuità operativa, costo del capitale (percezione di rischio) e valore d’impresa.

Ecco i rischi da considerare

In tema di regolamentazione, il rischio non è solo la multa, è lo stop. I precedenti europei hanno mostrato che, quando emergono criticità su dati personali, trasparenza o tutele dei minori, la risposta delle autorità può tradursi in limitazioni e obblighi correttivi con impatto immediato su operation e conto economico. Per un cda questo significa un rischio di «interruzione del flusso di cassa atteso» associato all’AI.

In tema di tecnologia e supply chain, molti programmi AI sono assemblati su Api e modelli esterni. Qui nasce un rischio da eccesso di dipendenza (lock-in) e dalla volatilità del vendor: cambi di policy, variazioni di prezzo, requisiti di audit imposti dai clienti e fragilità contrattuali.

Infine, l’impatto sull’organizzazione. L’AI è un moltiplicatore brutale: in un'azienda con processi solidi accelera i margini, in una disordinata moltiplica il caos a velocità industriale.

L’errore più frequente è progettare l’AI con logica di go-live e rinviare governance, privacy e sicurezza a un secondo tempo. È comprensibile: accelera la partenza e rende il progetto vendibile internamente. Ma crea debito regolatorio e operativo che esplode quando l’AI è già incorporata nei processi aziendali. In quel momento si scopre che uscire costa più che entrare. E, in termini di finanza aziendale, quel debito diventa una forma di passività non contabilizzata: prima o poi arriva a conto economico.

Tre snodi operativi 

Trattare l’intelligenza artificiale come un investimento rilevante, e non come un semplice progetto informatico, è oggi una scelta obbligata. Prima di portarla su larga scala nei processi aziendali, una verifica preventiva su modelli, dati, contratti e controlli diventa inevitabile. Non è burocrazia: è tutela del capitale investito. In concreto, il valore dell’investimento in AI si gioca su tre snodi operativi, spesso sottovalutati nelle fasi iniziali.

Il primo riguarda governo e responsabilità. Ogni sistema di intelligenza artificiale deve avere un responsabile di business e uno del rischio, con criteri chiari per l’ingresso in produzione, una separazione netta tra sperimentazione e utilizzo operativo e un canale di escalation verso il Consiglio di amministrazione quando l’AI incide su processi critici o sulle persone.

Il secondo snodo è la governance di dati e modelli. Per il management è essenziale sapere quali casi d’uso sono attivi, da dove provengono i dati, per quanto tempo sono conservati, chi vi accede e con quale base giuridica se si tratta di dati personali. Lo stesso vale per i modelli: versioni tracciabili e fornitori valutati anche sul piano contrattuale, con clausole su verifiche, gestione degli incidenti e modifiche delle condizioni.

Il terzo snodo riguarda controlli tecnici e continuità operativa. Registrare le attività del sistema, monitorarne gli output, introdurre limiti automatici ai comportamenti anomali e prevedere la possibilità di arresto rapido e ripristino. Applicare la continuità operativa all’AI significa rendere l’innovazione affidabile.

L’Ai da opportunità a passività

Un caso concreto può aiutare a chiarire il punto. Una media azienda del retail ha scoperto che il chatbot utilizzato dal marketing, senza supervisione tecnica, stava raccogliendo dati sensibili senza adeguate tutele. La correzione ha richiesto mesi di lavoro e un accordo riservato con l’Autorità garante per la privacy, azzerando il valore inizialmente generato.

Alcuni comportamenti ricorrenti trasformano l’AI da opportunità a passività: portare in produzione progetti pilota senza criteri di accettazione; tollerare un uso non governato da parte di marketing, vendite o risorse umane; firmare contratti con fornitori privi di clausole su verifiche e gestione degli incidenti; misurare i risultati solo in termini di produttività, ignorando il rischio di blocchi e i costi di correzione.

Quando la domanda è «quanto rende davvero l’intelligenza artificiale?», la risposta che regge a un cda è una sola: «Quanto rende al netto del rischio». Una governance adeguata introduce costi iniziali, ma riduce la volatilità dell’investimento e rende il valore più prevedibile per mercato e investitori. I benefici principali sono la riduzione del rischio di interruzioni operative e di costi straordinari, una maggiore sostenibilità nel time-to-market e un segnale di maturità verso il mercato, con effetti su reputazione e costo del capitale. I costi esistono e vanno pianificati: competenze trasversali, governo dei fornitori e razionalizzazione delle iniziative non verificabili.

Per valutare l’impatto dell’AI non servono decine di metriche, ma pochi indicatori chiave: sul fronte delle prestazioni: risparmio di tempo, riduzione dei costi di errore e miglioramento dei risultati commerciali; sul fronte del rischio: incidenti, tracciabilità dei dati, tempi di risposta ad audit e dipendenza da fornitori non verificabili.

Un approccio efficace è adottare una strategia a bilanciere: casi d’uso a basso rischio e alto volume affiancati a iniziative ad alto valore presidiate da una governance rafforzata e da un’introduzione graduale.

In sintesi, se l’AI incide su persone, processi critici o reputazione, va trattata come un investimento sensibile al rischio. Prima il governo minimo, poi la scala. Il contrario è quasi sempre più costoso. (riproduzione riservata)

*CyberLegal & Compliance Manager, esperto in Privacy e Cybersecurity, Sistemi di AI



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