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Ludovico Diaz, Ntt Data
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Ecco come l’AI rivaluta le competenze umanistiche e amplifica quelle umane

di Ludovico Diaz*
02 giugno 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:11

L'intelligenza artificiale non solo elabora dati, ma richiede nuove competenze umane. Pensiero critico e intelligenza emotiva diventano essenziali, mentre le aziende devono guidare l'uso etico e responsabile della tecnologia

La ridefinizione dei modelli di business che sta portando l’intelligenza artificiale è paragonabile alla rivoluzione industriale o all’avvento di internet. Parlare semplicemente di «nuova tecnologia» significa non osservare il quadro complessivo, non considerare il profondo cambiamento che l’AI sta esercitando sul modo in cui oggi si crea valore e sulla natura stessa del lavoro che svolgiamo.

Ogni grande discontinuità tecnologica ha generato timori sulla natura del lavoro che le persone si sarebbero trovate a fare. Eppure, guardando alla storia, il lavoro si è sempre trasformato in modo quasi naturale. La rivoluzione industriale ha portato nuove professioni e necessità di nuove professionalità. Dalla progettazione alla produzione, dall’installazione alla manutenzione dei macchinari, il valore si è spostato dall’esecuzione alla supervisione, dal gesto alla competenza.

Anche la stessa internet ha permesso di creare ex novo interi ecosistemi professionali: progettazione di infrastrutture, gestione e ottimizzazione delle reti, sviluppo di servizi digitali. Ancora una volta un lavoro che evolve in modo quasi liquido di pari passo con l’evoluzione della società e della tecnologia. La vera discontinuità dell’AI non è più da ricercarsi solo nella capacità di performare degli algoritmi. C’è un punto che va considerato molto attentamente: aumenta la capacità di fare delle macchine, cresce di pari passo la responsabilità dell’essere umano nel decidere perché farlo.

L’AI elabora i dati, l’uomo interpreta e decide

L’AI probabilmente ha pochi eguali nell’elaborazione dei dati, nell’individuazione delle correlazioni, nella formulazione di stime, previsioni, danni. Ma non avrà mai la capacità umana di interpretare, di cogliere l’aspetto emotivo e valoriale di certe scelte, di attribuire significato, di assumersi la responsabilità delle decisioni da prendere. Un cambio di paradigma, questo, che non può non avere implicazioni dirette sulle competenze necessarie.

Se per decenni il vantaggio competitivo si è costruito sulla specializzazione tecnica e sull’efficienza esecutiva - che mantengono in ogni caso un grande importanza - oggi il valore si sposta in modo maggiore rispetto al passato anche verso capacità più trasversali: pensiero critico, visione sistemica, intelligenza emotiva, giudizio etico. In altre parole, competenze che appartengono tradizionalmente anche all’ambito umanistico.

Non è un caso che accanto ai profili Stem stia emergendo la necessità di integrare competenze diverse: filosofi, sociologi, psicologi, esperti di comunicazione. Figure in grado di contribuire non tanto allo sviluppo degli algoritmi quanto alla definizione dei criteri con cui questi vengono progettati, applicati e governati. Perché l’AI non è neutrale ma interpreta una realtà basandosi su ciò che le è stato mostrato, insegnato, spiegato, fatto visionare.

I contributi umani che resteranno necessari

C’è poi l’aspetto organizzativo, parimenti da considerare con grande cura e attenzione. L’AI è spesso adottata come elemento in grado di efficientare i processi. Qui di conseguenza il contributo umano dovrà focalizzarsi maggiormente su tutti gli aspetti che non sono automatizzabili. La lista è lunga ma sicuramente non potranno mancare parole chiave come creatività, relazione, capacità di affrontare problemi complessi, empatia, emozione.

Per questo motivo l’intelligenza artificiale può amplificare le capacità umane ma non sostituire ciò che le rende uniche. In questo contesto il ruolo delle imprese è centrale. Non si tratta solo di adottare tecnologie, ma di orientarle. Temi come trasparenza, equità, responsabilità e impatto sociale non possono essere delegati alle funzioni tecniche: richiedono una guida chiara a livello strategico. In un mondo sempre più ricco di dati il rischio non è più avere opinioni senza evidenze ma avere evidenze senza opinione. E per avere opinione servono senso critico, valori, capacità di discernimento. Per questo le competenze umanistiche non rappresentano un retaggio del passato ma una delle condizioni necessarie per governare il futuro dell’intelligenza artificiale. (riproduzione riservata)

*ceo di Ntt Data Italia



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