I mercati sono attualmente orientati verso un «scenario idilliaco» di crescita non inflazionistica, sostenuto dalle aspettative legate all’intelligenza artificiale. Ma, secondo i money manager di Wellington Management, si tratta dell'esito meno probabile nel 2026. A loro parere, la crescita inflazionistica è infatti il risultato più plausibile. Le condizioni che alimentano queste prospettive sono la combinazione di tassi reali globali negativi, un allentamento delle condizioni di prestito e politiche monetarie accomodanti, in un periodo in cui l'inflazione è già persistente.
«La crescita nominale globale si mantiene forte, ma l'inflazione continua a superare l’obiettivo del 2% nella maggior parte delle economie sviluppate. I policymaker mantengono una posizione accomodante, come evidenziato dalla liquidità globale vicina ai massimi storici e dall'imminente espansione fiscale, che vedrà le economie dei mercati sviluppati attuare il più forte allentamento fiscale dal 2010 (esclusi gli anni Covid)» spiegano in un report.
Questi stimoli espansivi si manifestano in concomitanza con diversi shock inflazionistici dal lato dell’offerta, come l’imposizione dei dazi statunitensi e il conseguente aumento del protezionismo globale.
Inoltre i tentativi della Cina di ridurre la capacità produttiva in diversi settori, anziché aumentarla, potrebbero contribuire a una rigida inflazione.
Nonostante la crescita inflazionistica sia l’esito centrale, gli investitori devono tenere in considerazione anche rischi meno probabili, ma significativi. Esiste per esempio un rischio limitato di recessione nel 2026, che potrebbe essere innescato da una brusca correzione delle azioni se il mercato rivedesse al ribasso le aspettative sull’AI, influenzando la percezione di ricchezza delle famiglie.
Un altro potenziale fattore scatenante sarebbe l’aumento dei risparmi del settore privato in risposta all'incertezza, con un conseguente effetto fortemente deflazionistico, simile a quello osservato in Giappone negli anni Novanta.
Se poi si verificasse una recessione, le azioni verrebbero vendute, le obbligazioni aumenterebbero (inizialmente) e gli spread creditizi si amplierebbero notevolmente.
Infine, il pericolo estremo ma non impossibile è rappresentato dalla stagflazione. I segnali premonitori sarebbero l’aumento dell’inflazione, nonostante la diminuzione dell’occupazione. Questo scenario causerebbe danni ali mercati azionari e agli spread creditizi, spingendo al contempo al rialzo i rendimenti dei bond a causa dell’aumento dei premi a termine e dei tassi di breakeven.
È quindi fondamentale, secondo gli esperti di Wellington Management, che gli investitori rimangano vigili, cerchino attivamente i segnali che indicano i cambiamenti del ciclo e adeguino di conseguenza le allocazioni degli asset, per sfruttare le opportunità e mitigare i rischi.
Lo scenario considerato più probabile tende a favorire le attività rischiose, come le azioni. Nel mercato obbligazionario, aumenta invece la probabilità di assistere a un incremento strutturale dei rendimenti nei mercati sviluppati.
Il rally degli asset rischiosi può persistere finché i policymaker mantengono la priorità sulla crescita e non intervengono per contenere l'inflazione attraverso una politica più restrittiva, oppure finché il mercato obbligazionario non impone un inasprimento attraverso un aumento dei premi a termine. (riproduzione riservata)