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È di nuovo made in Italy

LE AZIENDE RIPORTANO SEMPRE DI PIÙ LA PRODUZIONE IN ITALIA E NELLA UE

È di nuovo made in Italy

di Nicola Capuzzo
09 luglio 2021, 09:04 Ultimo aggiornamento: 09:12

L’attestato di produzione tricolore ha un valore enorme e fa crescere le vendite sui mercati esteri. Un report del Politecnico di Milano analizza il fenomeno

Sempre più aziende italiane stanno scegliendo il reshoring o il near-shoring delle proprie produzioni ovvero stanno facendo marcia indietro rispetto alla scelta precedente scelta di delocalizzare la produzione. E’ quanto emerge dal report «Ruolo dell’Italia nelle catene globali del valore» realizzato dall’Osservatorio Export Digitale del Politecnico di Milano in collaborazione con Alsea (Associazione Lombardia Spedizionieri e Autotrasportatori). La pandemia ha evidenziato a molte aziende con attività localizzate all’estero le difficoltà che ne derivano, come interruzioni o ritardi nelle forniture, incrementi dei prezzi delle forniture, difficoltà nel reperimento di componenti e materiali necessari alla produzione, fino alla cessazione delle vendite all’estero. Secondo un’indagine condotta da diverse università italiane tramite la banca dati Uniclub More reshoring, fino a maggio 2020 sono stati 171 i casi di reshoring verso l’Italia, che risultava dunque il secondo Paese europeo (dopo la Francia) per numero di rientri. La maggior parte dei casi riguardava rientri da altri Paesi europei (25% dall’Europa occidentale e 21% da Europa dell’Est e Russia) ma considerevoli sono stati anche quelli dalla Cina (32%) e altri Paesi asiatici (11%). A oggi i settori più coinvolti nel reshoring sono abbigliamento, confezione di articoli in pelle, macchinari, apparecchiature elettriche e computer, e prodotti di elettronica e ottica, mentre le regioni con il più alto numero di casi sono Veneto (54), Emilia Romagna (28) e Lombardia (22). A motivare le scelte di reshoring è soprattutto l’effetto ‘made in’ (78 casi), cioè la possibilità di poter far leva sul Made in Italy.

Il tema del reshoring interessa oggi anche i policy maker italiani: Caie (Comitato per l’attrazione degli investimenti esteri) presieduto dal Ministero dello sviluppo economico, starebbe elaborando delle linee guida per lo sviluppo di alcune politiche, collaborando anche con Confindustria che sul tema ha anche lanciato una nuova survey a livello nazionale. Secondo l’analisi, oltre al rientro di alcune imprese italiane o delle loro forniture, l’Italia potrebbe attrarre iniziative di near-reshoring da parte di altre imprese europee con l’obiettivo di costituire una catena del valore continentale. A guardare con preoccupazione questa tendenza sono gli operatori della logistica che temono di vedere ridimensionati i propri affari. Un timore comprensibile ma non giustificato secondo i rappresentati di aziende interpellati da Alsea. «Poter sfruttare il marchio Made in Italy ci ha permesso di allargarci in tutto il mondo», ha detto Fabio Giatti, spiegando che per Five la scelta della rilocalizzazione produttiva ha ampliato la quota rappresentata dall’export (dal 15% al 30% delle vendite), aumentando però anche il numero di paesi raggiunti (Usa, Canada, Australia e Brasile ma non solo).

«Abbiamo lasciato la Cina per perché i costi produttivi (e legati ai cambi) stavano aumentando e i margini diminuendo» ha affermato Alessandro Baldazzi, supply chain director di SchlegelGiesse, azienda «molto automatizzata» che ha riportato in Italia e in Europa parte della produzione tra 2008 e 2009.

Come evidenziato anche nel report curato da Alsea con l’Osservatorio Export Digitale del Politecnico di Milano, non soltanto il reshoring puro ma anche il cosiddetto near-shoring (il riposizionamento delle attività all’interno di macroregioni, ad esempio europee) rappresentano insieme una opportunità e «non implicano necessariamente una minore domanda di servizi, di trasporto e di altre tipologie, sempre più essenziali per essere presenti sui mercati internazionali». Anzi: «Il ruolo dei servizi appare di crescente importanza sia per le imprese italiane che per le imprese di altri Paesi che potrebbero scegliere l’Italia come base logistica per rientrare dai territori extra-europei e partecipare alle catene del valore macro-regionali» si legge nello studio.

(riproduzione riservata)



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