«A lungo termine, è azzardato credere che torneremo alla normalità nei nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti dopo una rottura unilaterale così grave di queste relazioni, o che nuovi mercati cresceranno abbastanza rapidamente da colmare il divario lasciato dagli Stati Uniti».
Mario Draghi interviene così al XVII summit sull’innovazione di Cotec Europa in corso a Coimbra. Tra Washington e Bruxelles, la tensione resta ancora alta e a confermarlo sono le dichiarazioni dell’ex premier: «Se l’Europa vuole davvero dipendere meno dalla crescita statunitense, dovrà produrla da sola».
Per l’ex presidente della Bce, l’Unione Europea deve puntare ad un accordo con gli Usa sulla questione dazi per salvaguardare le proprie esportazioni e mantenere l’accesso al mercato americano, ma ha bisogno di trovare da sola gli strumenti necessari alla crescita.
Le azioni dell’amministrazione Trump, secondo l’ex Bce, hanno colpito irreversibilmente l’economia europea e, anche se si attenuassero, è probabile che l’incertezza persista e ostacoli gli investimenti del settore manifatturiero dell’Ue: «Gli Stati Uniti sono responsabili di quasi due terzi del deficit commerciale globale di beni».
Al vertice Cotec, l’ex premier italiano parla di «profonde fratture istituzionali» e di uno «shock politico enorme» provocato dalle decisioni della Casa Bianca.
«L'uso massiccio di azioni unilaterali per risolvere le controversie commerciali e il definitivo esautoramento del Wto hanno minato l’ordine multilaterale in modo difficilmente reversibile».
Fondamentale è per l’Unione Europea cambiare il quadro delle politiche macroeconomiche che ha governato l’Europa dal 2008 in poi, caratterizzato da «uno sforzo deliberato per reprimere la crescita dei salari, in modo da aumentare la competitività esterna».
La repressione salariale, sottolinea Draghi, «ha frenato i consumi e ha rafforzato il colpo alla domanda interna causato dalla politica fiscale restrittiva. Prima del 2008, la domanda interna nell’area dell’euro cresceva circa allo stesso ritmo degli Stati Uniti. Da allora, la domanda interna negli Stati Uniti è cresciuta a un ritmo più che doppio».
L’ex premier rimarca la necessità dell’emissione di un debito comune, che fornirebbe l’«anello mancante» nei mercati dei capitali europei, ormai sempre più frammentati. Consentirebbe di renderli più profondi e liquidi, incentivando nuove opportunità di finanziamento.
«Quando il debito è già elevato, l’esenzione di categorie di spesa pubblica dalle regole di bilancio può arrivare solo fino a un certo punto. In questo contesto, l’emissione di debito comune dell’Ue per finanziare la spesa comune è una componente chiave della tabella di marcia».
Poi si concentra sull’energia: denuncia i prezzi elevati e le carenze della rete, un pericolo per l’impegno europeo di de-carbonizzazione, e li definisce «una minaccia per la sopravvivenza della nostra industria, un ostacolo importante alla nostra competitività e un onere insostenibile per le nostre famiglie». (riproduzione riservata)