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Donald Trump presidente Usa, l’impatto sul settore oil & gas e le materie prime nel breve e medio termine
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Donald Trump presidente Usa, l’impatto sul settore oil & gas e le materie prime nel breve e medio termine

06 novembre 2024, 10:00 Ultimo aggiornamento: 10:35

L’elezione di Donald Trump a 47esimo presidente statunitense ha implicazioni positive per il settore energetico nel breve termine, ma progressivamente negative per petrolio e gas nel medio termine, secondo Equita. I titoli più avvantaggiati a Piazza Affari. La corsa dell’oro non è finita

L’elezione di Donald Trump a 47esimo presidente statunitense ha implicazioni positive per il settore energetico nel breve termine, ma progressivamente negative sulle commodity energetiche nel medio termine, secondo un’analisi di Massimo Bonisoli, esperto di Equita. Trump ha promesso di attuare una svolta radicale per gli Stati Uniti in materia di politiche energetiche, fiscali, commerciali e di affari esteri, invertendo molte delle politiche e delle legislazioni messe in atto dai democratici sotto la presidenza Biden.

La politica energetica di Donald Trump

Per quanto riguarda la politica energetica, Trump ha dichiarato la volontà che i produttori di petrolio (+0,52% l’indice Euro Stoxx Oil&Gas) esplorino e incrementino i volumi per abbassare i prezzi dell'energia nazionale e di voler smantellare molte delle normative e delle politiche climatiche messe in atto da Biden. Trump ha dichiarato di voler revocare la «pausa» sull'autorizzazione di nuovi terminali di esportazione di gas naturale liquefatto e di voler riavviare lo sviluppo petrolifero nell'Arctic National Wildlife Refuge dell'Alaska. Inoltre, vuole imporre una tariffa del 20% su tutte le importazioni dall'estero e tariffe ancora più alte sulla Cina.

Tenaris tra i maggiori beneficiari

Trump dovrà, inoltre, decidere il futuro del sostegno degli Stati Uniti all'Ucraina e le relative restrizioni alle esportazioni energetiche russe, l'applicazione delle sanzioni statunitensi contro l'Iran e il Venezuela e come contenere la crescente minaccia di una guerra tra Israele e Iran e il suo potenziale impatto sui flussi di petrolio dal Medio Oriente. «Riteniamo che l’elezione di Trump possa avere implicazioni positive per tutto il settore oil e in particolare i titoli esposti all’attività oil & gas americana come Tenaris», guarda caso in rialzo del 5,46% a 16,31 euro in borsa, sostiene Bonisoli. Eni, invece, segna un +0,67% a 14,21 euro e Saipem un +2,14% a 2,28 euro. Più defilata Enel (stabile a quota 7 euro) come altre utilities perché molti investitori pensano che la vittoria di Trump sia un duro colpo per i titoli legati alle rinnovabili e in generale alla transizione energetica.

Effetti negativi sui prezzi di petrolio e gas

Tuttavia, avverte l’analista di Equita, l’eventuale attuazione delle nuove politiche energetiche Usa potrebbe essere meno di supporto sui prezzi delle materi prime (oil & gas hub non Usa) nel medio termine, dati i maggiori volumi di produzione sia domestici, sia derivanti dal potenziale rientro nel mercato di produttori soggetti a sanzioni. In effetti, prezzi del petrolio arretrano: Wti -1,5% a 70,88 dollari al barile e Brent -1,5% a 74,38 dollari al barile anche perché un biglietto verde più forte (cross euro/dollaro a 1,076, -0,99%) rende le materie prime denominate in dollari, come il petrolio, più costose per i detentori di altre valute, riducendo così la domanda.

A pesare sui prezzi sono anche i timori per i dazi sulle merci cinesi (Pechino è primo importatore e secondo consumatore di greggio al mondo) e i segnali di debolezza della domanda dopo che i dati dell'American Petroleum Institute hanno mostrato che le scorte di greggio negli Stati Uniti sono aumentate più del previsto: +3,13 milioni di barili nella settimana terminata il 1° novembre, secondo fonti di mercato che citano i dati dell'American Petroleum Institute, un aumento superiore alla proiezione di 1,1 milioni di barili stimata in un sondaggio Reuters. Anche il prezzo del gas europeo quotato ad Amsterdam perde l’1,5% e scivola a quota 39,86 euro a MWh.

La corsa dell’oro non è finita

Quanto all’oro, frena la sua corsa (-0,43% a 2.738) dopo il nuovo massimo storico a 2.790 dollari l’oncia in attesa dell’esito della riunione della Fed di giovedì (per gli economisti taglierà i tassi di interesse di 25 punti base), ma sembra solo uno stop temporaneo. Dall'inizio dell'anno, il prezzo dell'oro è aumentato di quasi il 40%, sovraperformando tutti i principali indici azionari dei mercati sviluppati, persino l'S&P 500. «Si tratta di una performance molto forte in un periodo di tempo molto breve e gli investitori sono comprensibilmente scettici riguardo a potenziali guadagni futuri. Noi di UBP manteniamo una posizione estremamente costruttiva sull'oro e riteniamo che nei prossimi anni possa salire a livelli superiori a 3.000 dollari l'oncia», prevede Peter Kinsella, Global Head of Forex Strategy di Union Bancaire Privée. Questa posizione è supportata da diversi fattori.

In primo luogo, spiega Kinsella, «notiamo che i governi delle economie avanzate continuano a registrare enormi deficit di bilancio, oltre a già elevati livelli di debito. Raramente in passato sono stati visti stock e flussi di debito così elevati e probabilmente porteranno a livelli più elevati di inflazione tendenziale, sostenendo così un ulteriore rialzo dell'oro. In secondo luogo, i rischi geopolitici rimangono elevati e questo rimarrà un problema persistente nel lungo periodo. Queste preoccupazioni geopolitiche hanno già indotto le banche centrali dei mercati emergenti ad aumentare considerevolmente le proprie riserve auree e riteniamo che ciò continuerà a sostenere il prezzo dell'oro nei prossimi anni», aggiunge l’esperto di UBP, notando anche che, mentre gli investitori istituzionali sono già fortemente investiti, negli ultimi cinque mesi gli afflussi verso gli Etf retail sono aumentati, il che indica che gli investitori retail stanno aumentando le loro allocazioni sul metallo giallo. Infine, anche la domanda di oro fisico è aumentata notevolmente, soprattutto da parte dei consumatori cinesi e indiani. «Riteniamo che queste tendenze proseguiranno anche nel 2025». (riproduzione riservata)



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