L’agenda era piuttosto libera. Mercoledì 5 marzo, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha partecipato solo all’incontro con l’Associazione nazionale magistrati nel primo pomeriggio. Così libera che la scelta della premier di non prendere una posizione sul piano di riarmo europeo, anticipato il 4 marzo dalla presidente della Commissione europea, ha innestato dubbi e generato confusione dentro e fuori la maggioranza.
Mentre il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, avanzava critiche nei confronti del piano di Bruxelles, giudicato «frettoloso», la premier Meloni ha richiesto una scheda e delle proiezioni al Mef sui vari scenari di un’eventuale accelerazione sulle spese militari. Una decisione dettata dal pragmatismo in vista del Consiglio europeo straordinario sull’Ucraina di giovedì 6 marzo – in cui von der Leyen illustrerà ufficialmente il piano ReArm Europe ai 27 Stati membri membri – ma anche da una prudenza in materia di politica interna.
L’appoggio a Giorgetti è arrivato dal ministro dei Trasporti, Matteo Salvini: «Rearm Europe? Una scelta sbagliata, a partire dal nome. L’Italia deve difendere i suoi interessi, non farsi trascinare». Così è toccato al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, il compito di mandare un messaggio chiarificatore.
Nel governo italiano «non ci sono divisioni per quanto riguarda il Consiglio Europeo di oggi. Siamo tutti favorevoli a una strategia che rafforzi la sicurezza. Poi discutere non è mai sbagliato. Noi di Forza Italia», ha detto Tajani rispondendo ai cronisti a Bruxelles, prima del pre-vertice Ppe, «siamo assolutamente favorevoli a rafforzare la nostra sicurezza, perché l'Italia ha bisogno di essere sempre più un Paese sicuro e così deve essere anche l'intera Unione Europea».
Ma la prudenza di Giorgia Meloni, come detto, è anche legata ad altri fattori. Con il piano ReArm Europe l’Italia non solo potrebbe raggiungere la soglia del 2% del pil per la difesa ma, grazie alla possibilità di attivare le clausole di salvaguardia del Patto di Stabilità, anche superare tale livello. Dei 150 miliardi di euro di prestiti previsti per gli Stati membri, nelle casse dell’Italia potrebbero arrivare 50 miliardi di euro.
Ma cosa ci farà l’Italia con tutto questi questo denaro? Il titolare del Mef lo ha detto chiaramente: «Comprare un missile supersonico, o un drone, non è una cosa che si può sbrigare così, come andare al supermercato. Non è che si esce con 15 miliardi e si fa il piano merce militare. Ci vogliono investimenti pluriennali». Fondi che l’esecutivo vorrebbe dirottare per rafforzare il personale militare, i sistemi di difesa aerea e i carri armati. Ma a Palazzo Chigi serve un piano più preciso in vista del prossimo Consiglio europeo in calendario il 20-21 marzo. Intanto, non si esclude la possibilità che il tema venga affrontato anche nel Consiglio dei ministri in programma venerdì 7 marzo. (riproduzione riservata)