«How are you Mark?». Due sorrisi e una stretta di mano. Nel chiostro di Palazzo Chigi, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha accolto il segretario generale della Nato, Mark Rutte, arrivato a Roma per il bilaterale di giovedì 12 giugno. Un colloquio necessario per la premier, che ha avuto occasione di capire cosa accadrà davvero a l’Aja dal 24 al prossimo 26 giugno: quando gli Stati Uniti di Trump chiederanno all’alleanza nuovi obiettivi di spesa per la difesa.
Le informazioni ufficiali diffuse dallo staff della premier dopo il colloquio, durato circa un’ora, confermano le attese ma rivelano ben poco. «L’incontro ha permesso uno scambio approfondito in preparazione del prossimo Vertice Nato, con particolare riferimento alle spese per la sicurezza collettiva e alla costruzione di un’industria per la difesa sempre più innovativa e competitiva, in complementarità con l’Unione Europea», fanno sapere da Chigi.
Le voci che circolano off the record, invece, sono più specifiche. Come già riportato da alcuni organi di stampa, Washington ha intenzione di chiedere un aumento al 3,5% del pil delle spese miliari in senso stretto, a cui poi va sommato un ulteriore 1,5% in investimenti «collaterali». Somma che fa salire l’impegno di spesa al 5% per i Paesi membri.
Le tempistiche comunque sono ampie. L’Italia, come dichiarato dal vicepremier Antonio Tajani, punta a 10 anni. «Secondo me, servono almeno una decina d’anni per raggiungere gli obiettivi che la Nato si è data. Credo che se ne debba parlare, però aumentare i dazi e aumentare le spese per la sicurezza sono due cose che vanno in contrasto tra di loro, quindi è difficile poter raggiungere alcuni obiettivi se c'è un incremento dei dazi».
Tuttavia a Roma il conto è stato considerato salato già dal 2%. Così i tecnici del Mef sono al lavoro per allargare ancora il novero delle voci da computare come investimenti per la difesa. Il governo Meloni ha, infatti, raggiunto il target conteggiando diversamente alcuni parametri (e inserendoli nel bilancio entro i limiti consentiti dalle regole Nato): la guardia costiera, la guardia di finanza, la cybersicurezza, i servizi meteorologici e altri investimenti in infrastrutture strategiche.
Per il 5% si parla di altri tipi di spese. Secondo quanto risulta a Bloomberg l’ipotesi sarebbe quella di conteggiare anche gli aiuti all’Ucraina. La Repubblica, ancora, parla di un’ipotesi circolata in atti ufficiali di governo: calcolare come spese per la sicurezza «le infrastrutture civili propedeutiche alla mobilità militare». Come, per esempio, lo Stretto di Messina: progetto che il governo ha chiesto all’Ue di classificare come «opera strategica nell’ottica della difesa europea e della Nato».
La seconda parte dell’incontro con Rutte è stata invece dedicata all’Ucraina. D’altronde al vertice Nato sarà presente anche il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. «Nel corso del colloquio è stato riaffermato il sostegno all’Ucraina e il ruolo dell’Alleanza atlantica quale pilastro imprescindibile per la difesa collettiva, nonché l’importanza di un approccio a 360 gradi alla sicurezza euro-atlantica», ha fatto sapere sempre Palazzo Chigi.
Tuttavia, nella bozza del documento finale del summit dell’Aia, secondo quanto risulta a Bloomberg che ne ha visionato il testo, manca qualsiasi riferimento all’ingresso dell’Ucraina nella Nato (al contrario dei precedenti). Posizione, probabilmente, voluta dall’inquilino della Casa Bianca. Inoltre sempre secondo l’agenzia di stampa, la Russia non viene indicato come Paese aggressore dell’Ucraina, ma genericamente come «minaccia» alla sicurezza dell’Alleanza Atlantica.
Prima di capire cosa e come accadrà durante il Vertice, domenica 15 giugno prenderà il via a Kananaskis, in Canada, il Vertice G7. Anche lì, il sostegno a Kiev e in generale la guerra in Ucraina, avranno ampio spazio di dibattito. (riproduzione riservata)