
Dopo Credit Suisse, il mercato sembra aver preso di mira un'altra banca europea. Per l'esattezza una banca dell'Eurozona, cioè vigilata direttamente dalla Bce, Deutsche Bank. Venerdì 24 marzo in chiusura di seduta i titoli dell'istituto di Francoforte hanno perso l’8,4%, mentre i credit default swap hanno superato i 200 punti base. Sui cds comunque occorre fare una precisazione: alla luce dell’attuale quadro regolamentare, questi strumenti non sono molto liquidi e quindi piccoli volumi possono produrre grandi variazioni.
La fibrillazione arriva dopo l'annuncio del riscatto anticipato di titoli Tier 2 subordinati da 1,5 miliardi di dollari a tasso fisso con scadenza al 2028. La mossa ha soffiato sulle braci di una speculazione che, dopo il salvataggio di Credit Suisse, non si era ancora spenta.
Secondo il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il recente crollo del prezzo delle azioni di Deutsche Bank non è motivo di preoccupazione. «Non c'è alcun motivo di preoccupazione», ha detto Scholz venerdì dopo un vertice UE a Bruxelles. «Deutsche Bank ha fondamentalmente modernizzato e riorganizzato il suo modello di business ed è una banca molto redditizia», ha detto il politico SPD quando gli è stato chiesto se Deutsche Bank fosse il prossimo Credit Suisse.
Nel corso della seduta di ieri i rendimenti dei titoli Tier2 di Deutsche Bank si erano impennati raggiungendo il 9%, un valore decisamente alto per questo genere di strumenti. Il prezzo era di conseguenza sceso in maniera consistente rispetto alla parità, mentre gli At1 invece quotavano all’11% (oggi sono al 24%). Quotazioni anomale che hanno reso conveniente per la banca di Francoforte lanciare un’offerta di acquisto che per l’appunto è stata annunciata questa mattina. «La notizia di per sé non dovrebbe essere vista come un segnale negativo dal mercato. Nel clima di questi giorni però molti investitori vedono possibili minacce ovunque», spiega un analista.
Su una cosa analisti e banker concordano: Deutsche Bank non è Credit Suisse. Sebbene in passato il gruppo di Francoforte abbia registrato forti problematiche gestionali, la ristrutturazione degli ultimi anni è stato apprezzato dagli investitori. Non si è insomma verificata quella crisi reputazionale che tra il 2022 e l'inizio del 2023 si è tradotta in un consistente drenaggio di liquidità da Credit Suisse. Per gli analisti di Citi: «la mossa potrebbe essere dovuta a un mercato irrazionale».
Il timore per gli effetti di un attacco speculativo è stato sollevato questa settimana da Mark Branson, che guida la Bafin. Branson ha dichiarato a Bloomberg che, sebbene le banche europee siano sicure, un aspetto molto problematico è il «contagio psicologico». I fondamentali di Deutsche Bank del resto appaiono oggi fuori pericolo. Inoltre se il piano di risanamento del gruppo di Zurigo era appena stato avviato e doveva ancora dare frutti, quello varato nel 2018 dal ceo di Deutsche Bank Christian Sewing ha dato risultati, come dimostrano i numeri del 2022 chiusi con utile netto di 5,02 miliardi di euro, pari a un aumento del 159% su base annua.
Ci sono alcuni aspetti del business di Deutsche Bank su cui è concentrata l'attenzione del mercato e dei regolatori. Uno di questi è quello dei prestiti a leva (leveraged loan), quelli cioè concessi dalle divisioni di investment banking, soprattutto nell’ambito di acquisizioni a debito da parte di private equity. Si tratta di un business redditizio ma rischioso, come Bce non ha perso occasione per ribadire. D’altra parte, negli anni dei tassi di interesse zero, la leveraged finance è stato un canale proficuo per molti istituti del Nord Europa, che spesso hanno concesso credito a soggetti già molto indebitati. È il caso delle operazioni di takeover fatte dai fondi di private equity che, fino all’inizio del 2022, si sono rivelate una fonte di profitti molto preziosa per le divisioni di investment banking.
Sul tema della leveraged finance c'è stato un lungo confronto tra Deutsche Bank e il regolatore. Lo si è visto anche con la pubblicazione dell'ultimo Srep. Da quest'anno il gruppo tedesco dovrà aumentare il requisito di secondo pilastro (Pillar 2), cioè quello aggiuntivo che si applica alle singole banche sulla base di adeguatezza del capitale, governance e gestione del rischio, liquidità e modello di business. Il rischio è insomma sotto controllo? Dalle comunicazioni ufficiali della banca non emergono indicazioni in senso contrario, anche se i mercati restano in fibrillazione.
Un altro aspetto sotto la lente del regolatore e dei mercati è l’esposizione di Deutsche Bank al settore dell’immobiliare a uso commerciale. Lo stock di prestiti rappresenta il 7% del portafoglio impieghi della banca tedesca, per un controvalore di circa 33 miliardi di euro. Se il livello di attenzione è alto, il dato per gli analisti non è preoccupante. Per gli esperti di Jp Morgan Deutsche Bank ha un’esposizione percentuale inferiore alla media del settore bancario europeo che, in alcuni casi, arriva oltre il 12%.
Circa la metà di questi prestiti però sono a controparti americane (16,8 miliardi), il che fa del gruppo di Francoforte una delle banche europee più esposte al settore immobiliare USA. In ogni caso, secondo gli analisti di Jp Morgan: «Deutsche sta gestendo in modo proattivo i rischi di questo portafoglio chiave». Non sembra destare preoccupazione nemmeno il portafoglio di derivati over the counter da 42.500 miliardi di valore nozionale. Larga parte di questo stock infatti (tranne 13.100 miliardi di euro) – spiega la banca americana – è compensato centralmente senza dunque rischio di controparte.

Il CET1 della banca si attestava al 13,4% alla fine del quarto trimestre 2022, in aumento rispetto al 13,3% alla fine del terzo trimestre. Il Leverage ratio è del 4,6%, mentre le riserve di liquidità ammontavano a 256 miliardi, in lieve calo rispetto a € 262 miliardi alla fine del terzo trimestre. Il Liquidity Coverage Ratio, principale indicatore per la liquidità, è al 142%, un livello superiore al requisito regolamentare del 100% e con un surplus di 64 miliardi. (riproduzione riservata)