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Claudio Descalzi, ceo Eni
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Descalzi (Eni): ecco come cresceremo ancora nel 2026

di Angela Zoppo
26 febbraio 2026, 22:00

Capex ridotti e stime prudenti sul petrolio per fare più cassa. Dall’Angola al Venezuela, i piani del gruppo energetico a valle dei progressi del 2025. Dopo i conti il titolo guadagna il 2,5% a 19,36 euro. Per il capo azienda c’è ulteriore upside. | Eni, il titolo a Piazza Affari supera 19 euro. Ecco i giudizi degli analisti dopo i conti 2025

«È stato un 2025 straordinario e il 2026 ha ancora più potenzialità».

Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, riassume in una frase la nuova traiettoria di crescita e un intero anno nel quale il gruppo è riuscito a ridurre la leva finanziaria al minimo storico e ad aumentare la produzione del 4%, anche se l’utile operativo ha chiuso in calo del 15%, frenato da un barile volatile e più basso di oltre 11 dollari rispetto al 2024.

Domanda. Come vi siete mossi in uno quadro così turbolento?
Risposta.
Proseguendo nella nostra strategia di disciplina finanziaria e accelerazione della messa in produzione delle scoperte. Quando fai meglio delle attese in uno scenario prezzi più debole, vuol dire che il modello funziona. Ci siamo misurati con un Brent medio a 69 dollari contro gli 81 dollari del 2024, riuscendo a liberare un flusso di cassa operativa di 12,5 miliardi di euro. Nel quarto trimestre abbiamo fatto anche meglio, ebit e cassa hanno superato quelli dell’ultimo trimestre 2024, nonostante una riduzione del prezzo del greggio del 15% e del gas del 28%. L’utile netto è cresciuto del 35%. Si corre tutto l’anno perché il quarto trimestre sia il migliore e ci siamo riusciti lavorando su efficienza, costi, produzione ed esplorazione.

D. Gli analisti sono sembrati sorpresi dalla crescita della produzione.

R. Nessuno, a parte noi, si aspettava un incremento del 7%. Il consenso si orientava su 1,78 milioni di barili equivalenti al giorno, nel quarto trimestre ne abbiamo prodotti 1,84 milioni. La crescita è stata interamente organica, grazie alle nuove produzioni avviate in Angola, Congo, Indonesia e altri Paesi, entrate in funzione con due o tre anni di anticipo rispetto alle attese del mercato. Nel 2025 Eni ha scoperto 900 milioni di barili di nuove risorse, con un costo medio di appena un dollaro al barile. Il tasso di rimpiazzo delle riserve si è attestato al 167%, tra i più alti del settore. Per dieci anni nessuno chiedeva più del rimpiazzo riserve. Oggi tutti lo chiedono, perché è evidente che petrolio e gas resteranno necessari ancora a lungo.

D. Sono passati 4 anni dall’inizio della guerra Russia-Ucraina. Il processo di sostituzione delle forniture russe è concluso?

R. Il nostro lavoro continua. In questi quattro anni abbiamo garantito sicurezza energetica all’Italia e all’Europa diversificando le fonti: Algeria, Libia, Congo col gas naturale liquefatto, Angola, Mozambico, Indonesia. Oggi il contributo non è più emergenziale ma strutturale, di medio-lungo termine. La Russia non potrà più portare in Europa i volumi di gas di prima. Il sistema globale sta cambiando e noi siamo tra i protagonisti.

D. Cosa si aspetta dalla nuova situazione in Venezuela?

R. Con il nuovo quadro normativo possiamo essere remunerati in petrolio per il gas che diamo al Paese, e riavviare le nostre produzioni petrolifere, anche condividendo progetti con partner americani. La produzione potrà contribuire al recupero dei nostri crediti. Siamo tra i pochi ad avere concessioni rilevanti nella fascia dell’Orinoco e nell’offshore. Il Venezuela è sceso da 3,5 milioni a 700 mila barili al giorno: c’è un potenziale enorme. Può crescere, migliorare il welfare del Paese e allo stesso tempo contribuire all’equilibrio energetico globale. Gli Stati Uniti hanno bisogno di gas sia domestico sia per l’export, anche per alimentare data center e intelligenza artificiale. Ma il gas venezuelano può creare sinergie importanti anche per l’Europa.

D. Dal Capital Market Day del 19 marzo il mercato attende indicazioni sulle remunerazione degli azionisti.
R.
Sul dividendo non posso anticipare nulla, ma il modello industriale è solido. Negli ultimi cinque anni abbiamo aumentato la cedola mediamente del 5%, e quest’anno come ulteriore strumento, abbiamo incrementato del 20% il valore del piano di buyback appena concluso, portandolo da 1,5 a 1,8 miliardi. Una distribuzione agli azionisti attrattiva e solida resta per noi prioritaria.

D. Il titolo sopra i 19 euro non si vedeva da tempo.
R.
Negli ultimi anni abbiamo costruito una strategia diversa dagli altri: modello satellitare, valorizzazione delle società della transizione e dell’upstream, disciplina finanziaria. Questa strategia è stata testata nel 2022 e nel 2023. Nel 2024 è stata ulteriormente verificata. Nel 2025 è diventata pienamente visibile e ha iniziato a riflettersi nel titolo. Ma vedo ancora upside. Quando lo scorso anno eravamo a 14 euro con un Brent a 81 dollari, il mercato non valorizzava la strategia. Oggi, nonostante prezzi più bassi, il mercato riconosce il modello.

D. Che previsioni fa per il 2026?

R. Ho detto che vedo ancora più potenzialità perché il nostro budget è costruito su un Brent a 62 dollari, quindi su uno scenario prudenziale rispetto ai livelli medi recenti che sono più alti. Inoltre, i capex lordi scenderanno da 8,5 a circa 7 miliardi, con un ulteriore impatto positivo sul cash flow. Abbiamo indicato un gearing per i prossimi anni tra il 10% e il 15%: oggi siamo al 14%. Continueremo a contenere gli investimenti aumentando la produzione e proseguendo nella riduzione del debito. (riproduzione riservata)



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