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Decarbonizzazione e vincoli penalizzanti, l’evidente paradosso del Conto Termico 3.0
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Decarbonizzazione e vincoli penalizzanti, l’evidente paradosso del Conto Termico 3.0

di Mitia Cugusi*
06 marzo 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 07:07

Lo strumento mira a ridurre i consumi energetici, ma le sue regole complesse e i costi elevati rappresentano una sfida per le piccole e medie imprese italiane

Il Conto Termico 3.0 rappresenta uno degli strumenti centrali della strategia nazionale di decarbonizzazione, con l’obiettivo di accelerare la diffusione delle pompe di calore e delle rinnovabili termiche negli edifici esistenti.

La misura si inserisce nel quadro degli impegni climatici europei e punta a ridurre in modo strutturale i consumi energetici e le emissioni climalteranti, sostenendo la riconversione degli impianti. Tuttavia l’impianto regolatorio dello strumento solleva interrogativi sulla sua capacità di incidere in modo efficace sul sistema produttivo, chiamato a coniugare transizione energetica, competitività e continuità operativa.

Il principale elemento di criticità risiede nella struttura di accesso agli incentivi, che nella maggior parte dei casi resta subordinata alla sostituzione dell’impianto termico esistente con una pompa di calore.

Questo vincolo condiziona anche interventi complementari - come fotovoltaico, accumulo, infrastrutture di ricarica e sistemi di automazione - che risultano incentivabili solo se inseriti in percorsi di riqualificazione impiantistica profonda.

Per molte imprese, in particolare pmi e realtà industriali con processi sensibili, ciò comporta un aumento della complessità progettuale, un maggiore rischio operativo e un fabbisogno finanziario non sempre compatibile con le esigenze di continuità produttiva.

I limiti di Conto Termico 3.0

Dal punto di vista economico, il livello di copertura dell’incentivo, pur significativo, lascia comunque una quota rilevante dell’investimento a carico delle aziende. Anche in presenza di ritorni economici positivi nel medio-lungo periodo, l’anticipo di capitale resta integralmente in capo all’impresa, richiedendo capacità di autofinanziamento o accesso al credito. Questo aspetto rappresenta un fattore limitante soprattutto per gli operatori di dimensione medio-piccola, che tendono a privilegiare interventi graduali e meno invasivi.

Ne deriva un effetto di selezione implicita dei progetti: vengono favoriti interventi strutturali di maggiore dimensione e modelli epc «chiavi in mano», nei quali la sostituzione dell’impianto termico costituisce il perno dell’operazione.

Al contrario, risultano meno valorizzati gli interventi incrementali e modulari, che rappresentano spesso la scelta più realistica per molte imprese, così come strumenti alternativi quali i ppa, l’autoproduzione elettrica distribuita e le soluzioni di efficienza energetica non invasive, in grado di ridurre rapidamente emissioni e volatilità dei costi energetici.

Il carattere selettivo dello strumento emerge anche sul fronte delle risorse disponibili. A fronte di una dotazione annua complessiva di circa 900 milioni di euro la quota destinata alle imprese si attesta intorno a 150 milioni, con criteri di accesso stringenti e una forte competizione tra progetti.

Una capacità di leva limitata rispetto al fabbisogno reale del comparto produttivo, stimato in diversi miliardi di euro l’anno per sostenere la transizione energetica degli usi termici ed elettrici.

Se si incentiva più la tecnologia che il risultato

Nel contesto europeo le politiche del pacchetto Fit for 55 e le nuove linee guida sugli aiuti di Stato orientano sempre più gli strumenti di supporto verso criteri di neutralità tecnologica e meccanismi basati sulle performance energetiche e ambientali, piuttosto che sull’adozione di singole soluzioni tecnologiche.

Il rischio è che il Conto Termico 3.0 finisca per incentivare la tecnologia più che il risultato, premiando interventi profondi ma rigidi e trascurando approcci più flessibili, spesso più rapidi nel generare benefici economici e riduzioni delle emissioni.

Per diventare uno strumento realmente abilitante per il tessuto produttivo il Conto Termico dovrà evolvere verso un impianto più aperto e modulare, maggiormente allineato alle esigenze operative e finanziarie delle imprese. In caso contrario il rischio è che una leva strategica per la transizione energetica si traduca in un meccanismo ad alta barriera di accesso, con un impatto limitato proprio nei segmenti in cui la decarbonizzazione è più urgente. (riproduzione riservata)

*presidente Greenvolt Next Italia



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