I dazi Usa impatteranno, tenendo conto anche degli effetti indotti, su «quasi tutti i settori dell’economia italiana, con una perdita a livello aggregato di valore aggiunto nell’ordine dello 0,3%» al 2027. Così la presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), Lilia Cavallari, in audizione alle Commissioni congiunte – programmazione economica, bilancio del Senato e bilancio, tesoro e programmazione della Camera – in merito all’esame del Documento di finanza pubblica (Dfp) presentato dal governo lo scorso 9 aprile.
A risentirne maggiormente sarebbero «farmaceutico, attività estrattive, automotive, prodotti chimici, attività metallurgiche e fabbricazione di macchinari, tutti mediamente più esposti verso gli Stati Uniti come mercato di sbocco o con dazi più elevati». Ma ne risentirebbero «anche le imprese di servizi professionali, quali quelli della pubblicità, della progettazione immobiliare e della gestione del personale».
L’impatto dei dazi si sentirebbe poi anche sul mondo del lavoro: Cavallari parla di un «effetto quantificabile in circa 68mila occupati totali in meno».
In verità fare previsioni sul quadro macroeconomico internazionale e di conseguenza «valutare la tenuta del quadro complessivo e la sua coerenza con quelle che sono le priorità dell'azione di governo» è molto difficile. Però «la buona tenuta della finanza pubblica, che gli ultimi esercizi ha dimostrato, rafforza quella spinta a una attenta selezione degli interventi da avviare e ad una sempre maggiore valutazione costo efficacia che deve continuare a orientare l'azione del governo» ha segnalato la Corte dei Conti audita sull’ex Def.
Il lavoro di selezione prudente del governo «diventerà ancora più importante dopo il 2026 richiedendo la focalizzazione delle risorse sugli interventi che il Pnrr ha consentito di avviare, ma che devono trovare nei prossimi anni lo spazio per produrre un'effettiva crescita del nostro potenziale di sviluppo».
Nel frattempo la Corte contabile segnala la necessità di procedere a «una accelerazione della spesa per gli interventi resi disponibili dal Pnrr, nonché l'emergere di nuove esigenze congiunturali, che non possono e non devono far abbandonare (o ridurre) quello che era l'obiettivo principale dello stesso Piano: contribuire alla modernizzazione del Paese rafforzandolo rispetto alle crisi cui è stato finora esposto».
Bankitalia concorda che «l’attuazione del Pnrr è fondamentale per sostenere la crescita e la solidità dell’economia nazionale» ma «secondo i dati disponibili, si stanno accumulando ritardi, specie nell'esecuzione delle opere pubbliche, con il rischio che alcuni traguardi e obiettivi non vengano raggiunti entro la scadenza del Piano, agosto 2026» ha evidenziato Andrea Brandolini, vice capo dipartimento Economia e Statistica di Via Nazionale. Anche se, precisa l’esperto, vari esponenti del governo Meloni hanno fatto riferimento a una nuova richiesta di revisione del Piano «attesa per le prossime settimane».
Lasciando parlare i dati si notano, ha dichiarato la presidente dell’Ufficio parlamentare di Bilancio, Liliana Cavallari, «progressi significativi ma anche ritardi che potrebbero comprometterne la piena realizzazione nei tempi dovuti».
Difatti dalle informazioni disponibili in ReGiS all’8 aprile 2025 emerge che è stato attivato il 95% della dotazione finanziaria complessiva e che la spesa sostenuta ammonta a 64,1 miliardi (33% del totale), di cui 27,3 miliardi relativi a Superbonus e crediti d’imposta. Dunque da qui alla scadenza di giugno 2026 «dovrà essere conseguita quasi la metà del totale delle milestone e dei target, mentre la spesa da effettuare rappresenta circa due terzi della dotazione complessiva».
L’opzione di ricorrere per alcune misure a facility, società veicolo e fondi consente, secondo Cavallari, «da un lato, di rispettare milestone e target nei tempi e dunque di ottenere il pagamento delle rate da parte delle Istituzioni europee e, dall’altro, di completare gli investimenti e sostenere la spesa anche dopo il 2026».
Va considerato inoltre il fatto che per il 3,7% dei 291.527 progetti censiti in ReGiS (corrispondenti a 4,9 miliardi) non si hanno informazioni e per un altro 7,8% (13,5 miliardi) è riportata solo la fase in cui si troverebbe il progetto in base a quanto indicato nella programmazione iniziale, senza alcuna indicazione sulla data effettiva di avvio della stessa.
Altra sfida per l’Italia nel contesto Ue è la spesa per la difesa. Il Piano Rearm Ue consente ai singoli Paesi membri di attivare la clausola di salvaguardia nazionale potendo superare per un importo fino a 1,5 punti percentuali di pil all’anno nel 2025-2028 i limiti della spesa netta stabiliti dal Consiglio se questi sono usati per finanziare un aumento della spesa per la difesa.
Le simulazioni dell’Upb stimano un aumento del debito di 0,7 punti percentuali fino al 137,3 del pil nel 2028 con un utilizzo parziale (0,25 punti percentuali di pil nel 2025 e 0,5 nel 2026-28) della flessibilità. Mentre con un aumento graduale della spesa fino alla massima flessibilità consentita, pari a 1,5 punti nel 2028, il debito salirebbe a 137,7% e porterebbe a un peggioramento della dinamica negli anni successivi, con il rapporto debito/pil che tornerebbe a crescere dopo il 2031.
Certo, precisa Cavallari, «l’impatto economico positivo di questi aumenti di spesa dipende dalla composizione della spesa stessa e dal grado di attivazione della domanda interna, ma il moltiplicatore di tali interventi è stimato inferiore a uno».
Non lontana l’opinione del presidente del Cnel, Renato Brunetta: «la possibilità di attivare la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità per aumentare la spesa per sicurezza potrebbe rappresentare una leva per sostenere la domanda interna». (riproduzione riservata)