Gli Usa sono fatti a scale, c’è chi scende e c’è chi sale, parafrasando il conte Onofrio del Grillo rivolto al papa Pio VII nell’omonimo film. E sembra proprio questa la citazione da applicare agli investimenti che gravitano attorno agli Stati Uniti. Mentre il Canada di Mark Carney sceglie di sganciarsi dagli appaltatori americani, finanziando aziende nazionali della difesa, paesi come il Giappone di Sanae Takaichi decidono di impegnarsi in quasi 36 miliardi di dollari in progetti petroliferi, del gas e minerari essenziali in Texas, Ohio e Georgia.
180 miliardi di dollari canadesi da indirizzare verso appalti militari e 290 miliardi verso infrastrutture della difesa, tutto questo nei prossimi 10 anni: è questa la roadmap finanziaria imposta dal primo ministro canadese Mark Carney.
Secondo Ottawa, le misure produrranno ricadute economiche per 125 miliardi di dollari canadesi e consentiranno la creazione di circa 125.000 nuovi posti di lavoro. Come riporta Bloomberg, il Canada starebbe cercando partner strategici, tra alcune aziende nazionali della difesa, con cui sviluppare filiere autonome in comparti chiave quali aerospazio, munizionamento e droni. L’obiettivo è portare al 70% la quota di acquisti nell’industria canadese in ambito di difesa (ora al 30%). Il successo del progetto dipenderà tutto dal ritmo di assegnazione degli appalti, ai quali il governo ha destinato un’agenzia specifica.
«Negli ultimi decenni, il Canada non ha speso abbastanza per la difesa né ha investito abbastanza nelle sue industrie della difesa. Ci siamo affidati troppo alla nostra geografia e ad altri per proteggerci» ha commentato lo stesso capo di governo in una conferenza stampa a Montreal.
Queste dichiarazioni si inseriscono sulla scia dei rapporti sempre più incrinati con l’amministrazione Trump, specialmente dalla seconda metà di gennaio 2026, quando il capo della Casa Bianca sarebbe rimasto scottato dal discorso di Carney a Davos: in quell’occasione, il primo ministro canadese aveva denunciato un contesto internazionale in cui l’integrazione economica viene utilizzata come strumento di coercizione e le regole sancite dai trattati internazionali vengono applicate arbitrariamente. Carney aveva così invocato un’unione tra le medie potenze, per schierarsi contro l’egemonia dei big globali.
Mentre Ottawa punta sull’autonomia strategica, Tokyo sceglie la via dell’interdipendenza con Washington attraverso un imponente piano di investimenti. Sempre Trump ha salutato con entusiasmo l’impegno giapponese a destinare una prima tranche da 36 miliardi di dollari a progetti energetici e minerari negli Stati Uniti – tra Texas, Ohio e Georgia – nell’ambito di un accordo commerciale complessivo da 550 miliardi. In cambio, Washington ha ridotto al 15% i dazi sulle importazioni giapponesi.
Tra i progetti chiave spicca in Ohio il Portsmouth Powered Land Project, maxi impianto di gas naturale da 33 miliardi di dollari gestito da SB Energy con il supporto di SoftBank, destinato a diventare il più grande del suo genere con 9,2 gigawatt di capacità. In Texas è previsto il terminale offshore GulfLink da 2,1 miliardi di dollari, pensato per sostenere fino a 30 miliardi annui di esportazioni di greggio. In Georgia, infine, un investimento da 600 milioni guidato da Element Six, controllata da De Beers, riguarderà l’estrazione di graniglia di diamante sintetico, materiale strategico per l’industria e la sicurezza statunitense.
«La portata di questi progetti è così significativa che non avrebbe potuto essere realizzata senza una parola ben precisa: dazi», ha commentato Trump. A testimonianza che entrambe le mosse – tanto quella canadese, quanto quella giapponese –, rispondono alle stesse pressioni tariffarie, ma con approcci diversi. (riproduzione riservata)