Le imprese italiane restano altamente dipendenti dall’estero, sia a livello di export che di import. E questo, in un momento di instabilità internazionale, non può che pesare sulla performance industriale: nel 2024 si registra un calo del 3,4% del fatturato dell’industria italiana. Un trend che non accenna a invertirsi soprattutto per le incognite legate ai principali partner commerciali italiani, la Germania e gli Stati Uniti. È quanto emerge dal rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi.
In particolare «il brusco cambiamento nell'orientamento della politica commerciale statunitense, con l'annuncio dell'imposizione di dazi su ampie categorie di prodotti e nei confronti di un'ampia platea di paesi, minaccia di ridimensionare notevolmente gli scambi mondiali, almeno nel breve periodo». I dazi comportano diversi effetti negativi, sottolinea l’Istat: «Scoraggiano gli investimenti, riducono l'efficienza del mercato, distorcono gli scambi commerciali e creano vincoli alle catene di distribuzione».
I rischi maggiori di un’eventuale guerra commerciale li corre l’Unione europea perché detiene «un'apertura commerciale quadrupla rispetto a quella degli Stati Uniti e più che doppia di quella cinese». A ciò si somma un ulteriore «elemento di difficoltà: il mercato unico europeo, nonostante gli evidenti progressi di integrazione, presenta tuttora notevoli rigidità (soprattutto a confronto con quello statunitense) che si manifestano in significative barriere non tariffarie agli scambi interni, in particolare nei servizi», osserva l’Istituto. «Appare dunque difficile, almeno nel breve periodo, immaginare la possibilità di compensare le restrizioni dei flussi sui mercati extra-Ue con la domanda interna Ue». Le prospettive future, quindi, sono «molto incerte, alla luce dei recenti accadimenti politici ed economici nei rapporti tra Ue e Stati Uniti».
In particolare, questi cambiamenti per l’Italia «rivestono un’importanza considerevole, perché negli ultimi quindici anni la crescita del nostro sistema produttivo è stata sostenuta prevalentemente dalla domanda estera, a fronte di una domanda interna debole o stagnante». Però, nota il rapporto dell’Istat, le imprese vulnerabili «sono un numero relativamente contenuto». Si parla di 23 mila imprese italiane vulnerabili all'export nel 2022, pari solo allo 0,5% del totale, ma con oltre 415 mila di addetti (il 2,3% del totale) e responsabili del 3,5% del valore aggiunto e del 16,5% dell'export totali. Non sorprende che le imprese italiane risultano vulnerabili soprattutto alla domanda statunitense (quasi 3.300 unità, per un valore di 10 miliardi di export nel 2022) e tedesca (oltre 2.800 imprese, e 13,6 miliardi di vendite).
Negli ultimi anni, in particolare, l'Italia ha orientato i propri flussi di export verso i mercati extra Ue, destinando quasi la metà del valore delle proprie esportazioni al di fuori dell'Ue e il 10% negli Usa. Tanto che, riposta l’Istat, tra il 2019 e il 2023 le esportazioni tricolore in valore, sono significativamente aumentate soprattutto verso gli Stati Uniti (+47,5%) e la Cina (+47,8%).
E nel 2024 l'Italia ha registrato un ampio avanzo commerciale verso il mercato statunitense (34,7 miliardi di euro), principalmente determinato da quattro grandi comparti manifatturieri: meccanica (10,8 miliardi di euro), alimentare-bevande-tabacco (oltre 7 miliardi), tessile-abbigliamento-pelli (oltre 5 miliardi) e mezzi di trasporto (6,1 miliardi, di cui 3,5 nel solo comparto degli autoveicoli).
Questi numeri si traducono in un impatto significativo del protezionismo Usa sull’Italia e sul suo sistema produttivo. Nel rapporto infatti si ricorda che secondo le stime Svimez il pil italiano nel 2025 in caso di dazi al 10% si ridurrebbe dello 0,1% - con una perdita di 27 mila unità di lavoro a tempo pieno - mentre le esportazioni diminuirebbero del 4,3%. Nello scenario più negativo, e cioè con le tariffe al 20%, il pil tricolore subirebbe un decremento dello 0,2%, con una contrazione occupazionale di 57 mila unità. Laddove le esportazioni si ridurrebbero dell'8,6%.
I settori produttivi più colpiti sarebbero naturalmente quelli caratterizzati da maggiore elasticità della domanda rispetto al prezzo: l'agroalimentare, il farmaceutico e la chimica, con contrazioni delle esportazioni che, nello scenario più negativo, risulterebbero comprese tra il 13,5 e il 16,4%. Per i beni del Made in Italy come la moda e il mobilio, la contrazione sarebbe minore (-2,6% nel secondo scenario); una posizione intermedia occuperebbero, invece, la meccanica e i mezzi di trasporto, con decrementi del 10%.
L'impatto dei dazi sull'export italiano, tuttavia, potrebbe risultare ancora più ampio: secondo le stime di Prometeia, da 4 miliardi, nel caso di un aumento di 10 punti percentuali solo su prodotti già sottoposti a dazi, a 7 miliardi nell'ipotesi di un aumento generalizzato di 10 punti su tutti i prodotti. Per quanto riguarda i settori manifatturieri, in caso di aumenti limitati a prodotti già colpiti da dazi, sarebbero penalizzati soprattutto la moda e l'agroalimentare; nell'ipotesi di aumenti generalizzati, invece, sarebbero i prodotti ad alta e media intensità tecnologica (farmaceutica e meccanica) a subire un impatto più severo.
Infine, l’Istat ricorda che nelle stime di Intesa San Paolo riferite al 2025 e in caso di dazi al 10%, «l'impatto di dazi orizzontali sul pil italiano sarebbe inferiore a 4 decimi di punto, indipendentemente dal grado di elasticità utilizzato. La perdita di export sarebbe quantificabile in circa 3 miliardi di euro, quasi un miliardo rappresentato da macchinari e relativa componentistica (circa il 5 per cento dell'export totale del settore negli Stati Uniti), mezzo miliardo per veicoli leggeri (come automobili e motocicli) e 370 milioni per la farmaceutica».
L’altra incognita per la crescita italiana è l’andamento dell’economia della Germania. Negli ultimi due anni la recessione tedesca è costata all'Italia 2 decimi di pil nel 2023 e 2024, a causa della «significativa contrazione delle esportazioni di beni in volume» verso il paese (-6,8% nel 2023 e -5,9% nel 2024).
La simulazione dell’Istat spiega che nel 2023 la riduzione della domanda di beni italiani da parte della Germania ha comportato, rispetto allo scenario di riferimento, una diminuzione delle esportazioni totali pari all’1%. Questo rallentamento ha avuto ripercussioni anche sulle importazioni, che hanno subito una lieve contrazione (-0,4%). E così l’impatto complessivo sulla crescita del pil nel 2023 risulta negativo per 0,2 punti percentuali.
Nel 2024, invece, oltre alla riduzione delle esportazioni (-0,9 punti percentuali), è visibile anche un lieve impatto negativo sugli investimenti (-0,1%).
Per l’Italia ciò ha avuto innanzitutto effetti sull'andamento dei prezzi: il deflatore del pil registra un calo di 0,1 punti percentuali nel 2023 e 0,2 punti percentuali nel 2024; analogamente il deflatore dei consumi e degli investimenti subisce nel 2024 una flessione più marcata rispetto al 2023 (-0,2 punti percentuali contro -0,1 punti percentuali).
Anche l’impatto sull’occupazione è negativo, continua l’Istat, con una riduzione delle unità di lavoro pari a 0,2% nel 2023 e 0,1% nel 2024, anche se senza variazioni significative del tasso di disoccupazione. Infine, l'impatto negativo sulle esportazioni si riflette in un deterioramento del saldo commerciale in percentuale del pil rispetto allo scenario base, pari a 0,2% nel 2023 a 0,4% nel 2024, segnalando un peggioramento del contributo del commercio estero alla crescita economica.
L’Istat però poi individua i sette comparti manifatturieri italiani più vulnerabili alle forniture dall'estero sono coke e raffinazione (con valori cinque volte superiori alla media manifatturiera), chimica, metallurgia, autoveicoli, apparecchi elettrici, elettronica, tessile, abbigliamento e pelli.
D’altro canto, circa sei aziende italiane su dieci si troverebbero in difficoltà qualora dovessero sostituire il loro principale cliente in Italia, con quote maggiori tra le piccole e le medie imprese (meno di 250 addetti). Poco meno della metà troverebbe invece difficoltà a rimpiazzare il principale cliente estero e il 31,1% a sostituire il principale fornitore di materie prime. In questo caso risultano più esposte le aziende di medie dimensioni (50-249 addetti). La minore vulnerabilità delle imprese più piccole appare legata alla loro più limitata propensione all'export e all'import, testimoniata da quote più elevate di imprese che dichiarano di non avere né clienti all'estero né fornitori di materie prime o di beni intermedi. (riproduzione riservata)