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Dazi Usa, il pil italiano rischia di salire solo dello 0,3% nel 2025 e scendere dello 0,5% nel 2026
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Dazi Usa, il pil italiano rischia di salire solo dello 0,3% nel 2025 e scendere dello 0,5% nel 2026

11 aprile 2025, 11:05

Queste le stime contenute nel Documento di finanza pubblica (Dfp) che prende il posto del vecchio Documento di Economia e Finanza (Def)

La prima vittima dei dazi di Trump sono gli Stati Uniti. L’impatto dell’introduzione massiccia di tariffe presa dall’amministrazione Usa dovrebbe causare una minor crescita del pil dell’1,5% rispetto alle stime già quest’anno, del 2,1% nel 2026 e dell’1,3% nel 2027.

Questo mentre l’Unione Europea rischia di perdere rispetto alle previsioni lo 0,4% nel 2025 (la Bce stima un -0,3%), l’1,4% nel 2026 e l’1% nel 2027. La crescita cinese dovrebbe invece rallentare dello 0,6% rispetto alle stime precedenti quest’anno, dell’1,9% nel 2026 e del 2,2% nel 2027.

Per l’Italia, in base al nuovo scenario, la crescita del pil prevista si ridurrebbe al +0,3% quest'anno, mentre il prodotto interno lordo scenderebbe dello 0,5% nel 2026 e dello 0,9% nel 2027.

Questi i risultati della simulazione - sulla base del Global Economic Model di Oxford Economics - contenuta in un focus del Documento di finanza pubblica che calcola gli effetti di uno scenario che prevede un'imposizione di dazi di 25 punti percentuali per Messico e Canada sulle merci non incluse nell'accordo Usmca, di 54 punti percentuali per Cina, di 20 punti percentuali per Unione europea e di 10 punti percentuali per Regno Unito. Quadro che considera anche ritorsioni proporzionali, includendo i controdazi cinesi al 84% e ipotizzando dazi aggiuntivi dell’Ue del 10%.

Effetti più severi per gli Usa

Gli effetti più severi dei dazi riguardano proprio gli Stati Uniti, si legge nel nuovo Documento di Finanza Pubblica (Dfp) che il Mef ha trasmesso alle Camere e alla Presidenza della Repubblica e che prende il posto del vecchio Documento di Economia e Finanza (Def). Questo perché «le ritorsioni commerciali congiunte dei partner internazionali, che riducono l’export, vanno a sommarsi agli effetti determinati dai dazi imposti che, aumentando i prezzi e il livello di incertezza, concorrono alla riduzione della crescita della domanda interna».

Poi però tali effetti sulla domanda interna «tendono ad attenuarsi, anche per via della risposta della politica monetaria accomodante; sicché negli anni successivi si avrebbe un recupero parziale della attività economica».

Nell’Unione europea e in Italia, invece, la riduzione del pil «risulterebbe graduale ma maggiormente persistente». Dopo «l’effetto prezzo, che agisce immediatamente, subentra l’impatto della minore domanda globale a cui l’Europa è più esposta, data la maggiore apertura al commercio estero» si legge ancora nel Focus.

In particolare in Italia «Paese a vocazione manifatturiera e orientato alle esportazioni», scrive nella premessa al Dfp il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a partire dal secondo trimestre, «l'andamento dell'economia potrebbe risentire degli annunci riguardanti i dazi imposti dagli Stati Uniti e dell'elevato grado di incertezza circa l'evoluzione delle politiche tariffarie a livello globale. È perciò opportuno adottare stime prudenziali per quanto riguarda l'andamento del pil nei prossimi trimestri» anche se «l’Italia si presenta con rinnovata credibilità di fronte a un quadro economico e finanziario di grande complessità».

Però non c’è alcun dubbio: «Sul fronte del commercio internazionale, l'Italia continuerà a impegnarsi a favore del libero scambio e di regole eque e condivise anche riguardo ad aiuti pubblici alle imprese e alla politica industriale. Andando a rafforzare la competitività e la resilienza del sistema-Paese, migliorando le condizioni di contesto in cui le nostre imprese operano e aprendo nuove opportunità per le esportazioni e gli investimenti internazionali» ha spiegato Giorgetti. 

Tornando alla simulazione, la Cina subirebbe un calo del pil ancora più pronunciato nel 2026 e un peggioramento ulteriore nel 2027 perché «oltre ad essere maggiormente esposta in proporzione rispetto all’Europa in termini di commercio internazionale, l’imposizione tariffaria (e quindi l’effetto prezzi relativi) è molto più alta».

Deflazione in Ue e in Italia

Oltre agli impatti sulla crescita, l’ex Def si sofferma anche sulle conseguenze dell’introduzione dei dazi sul mondo del lavoro e sull’andamento dei prezzi.

L’aumento della disoccupazione risulta complessivamente contenuto. Negli Stati Uniti, che presentano un mercato del lavoro più reattivo, l’impatto è più marcato nel breve termine, e si riduce poi gradualmente avvicinandosi a quanto rilevato per il resto dei Paesi considerati.

Quanto invece all’andamento dei prezzi al consumo, le dinamiche sono più differenziate. Negli Stati Uniti si osserva un iniziale aumento dei prezzi (+0,8%), dovuto al trasferimento parziale dei costi tariffari sui consumatori, seguito da una progressiva attenuazione (+0,4% nel 2026 e +0,6% nel 2027). In Europa, invece, si registrano nel complesso effetti deflazionistici (con un calo più pronunciato dei prezzi in Italia), segnalando una graduale trasmissione del rallentamento economico alla domanda interna. Si parla infatti di un -0,1% sui prezzi quest’anno in Europa, di un -0,7% nel 2026 e di un -0,4% nel 2027. Laddove in Italia al -0,1% del 2025 seguirà un -0,9% nel 2026 e un -0,6% nel 2027.

E ancora per la Cina, si evidenzia un aumento dei prezzi in seguito all’imposizione delle contromisure (+0,3%) e una successiva dinamica del livello dei prezzi al consumo discontinua (stabile nel 2026 e di nuovo +0,3% nel 2027), anche per effetto degli interventi di politica monetaria.

Tutti i risultati del modello, conclude il Focus, «sono da ritenersi più affidabili nel breve periodo mentre successivamente vanno interpretati con maggior cautela e probabilmente risultano troppo pessimistici».(riproduzione riservata)



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