Un accordo, due interpretazioni diverse, e per di più con una serie di punti irrealizzabili. L’intesa sui dazi raggiunta da Donald Trump e Ursula von der Leyen inizia già a traballare. Non solo per il polverone sollevato in alcune capitali (Parigi in testa), che mal hanno digerito le tariffe al 15%.
La Commissione Ue ha aspettato fino a ieri per pubblicare una nota con i principali punti dell’accordo. Il motivo? Basta confrontarla con l’analogo documento della Casa Bianca per notare una serie di incongruenze. Non dettagli ma passaggi nevralgici, su cui le versioni a sorpresa non coincidono, come rivelato subito da MF-Gpt.
Innanzitutto divergono i toni. Gli Stati Uniti hanno definito quello con l’Ue un «accordo commerciale storico», mentre per la Commissione è solo «il primo passo di un processo che verrà ampliato nel tempo». Un impegno non vincolante insomma. Tutti d’accordo invece sulla tariffa base del 15%, meno sui settori su cui applicarla.
Per la Casa Bianca la soglia minima è valida anche per chip e pharma, mentre per Palazzo Berlaymont i dazi su questi prodotti restano in media al 5%. Almeno finché gli Usa non decideranno di alzarli dopo aver concluso l’indagine aperta su entrambi.
L’ambiguità si estende poi all’acciaio, su cui «l’Ue continuerà a pagare il 50%» per Trump. Il commissario al Commercio Maros Sefcovic ha parlato invece di quote, come quelle introdotte da Joe Biden, sotto le quali si applicherà uno sconto sostanzioso con dazi circa al 5%. L’ultimo nodo riguarda la web tax e le norme sul tech.
Le parti «intendono affrontare le barriere ingiustificate al commercio digitale. L’Europa conferma che non adotterà tariffe per l’uso della rete», si legge nella nota di Washington. «Non toccheremo il nostro diritto di regolamentare in autonomia lo spazio digitale», precisa al contrario un portavoce Ue.
Il punto è che l’accordo sui dazi non solo è ambiguo: alcuni passaggi sembrano irrealizzabili. Bruxelles si è impegnata a comprare 750 miliardi di dollari di prodotti energetici americani in tre anni. Non lo farà in prima persona ma coordinerà gli acquisti delle imprese europee. Anche a volerlo, però, queste somme appaiono irraggiungibili perché l’intero export mondiale di gas e petrolio statunitensi vale 141 miliardi di dollari l’anno per GaveKal Research. Senza contare che nel 2024 le importazioni di gas naturale liquefatto dell’Ue non superavano 77 miliardi di euro.
Impossibile arrivare allora a 250 miliardi ogni 12 mesi solo dagli Usa, anche conteggiando gli acquisti già in essere. E questo, sottolineano fonti di mercato, sia perché il fabbisogno del Vecchio Continente resterà stabile. Sia perché gli Stati membri hanno già contratti pluriennali con altri operatori, che non possono sciogliere e sostituire a piacimento, a meno che non scadano. Senza contare che alle società americane potrebbe convenire vendere altrove, soprattutto in Asia per una questione di prezzo.
Quelle di von der Leyen, allora, potrebbero essere semplici dichiarazioni politiche, necessarie a Trump per darle in pasto all’opinione pubblica americana. La sostanza sarebbe ben altra, anche per i 600 miliardi di dollari di investimenti promessi a Washington. La Commissione non potrà costringere le imprese europee a realizzarli nemmeno in questo caso. «Possiamo confrontarci e trasmettere le nostre intenzioni», si limita a dire un portavoce Ue.
E ancora una volta si parla di una cifra esagerata, a meno di conteggiare i Treasury comprati dalle banche europee. Oppure le armi per centrare i nuovi target di spesa della Nato (il 5% del pil). Anche questo punto però resta ambiguo: nel testo americano c’è un riferimento esplicito, mentre dal comunicato dell’Ue non emergono impegni precisi.
A breve il quadro potrebbe essere più definito. Europa e Usa lavorano a una dichiarazione congiunta, che per un portavoce della Commissione dovrebbe arrivare presto. Maggiore chiarezza aiuterà anche le borse europee, che il 29 luglio hanno chiuso in deciso rialzo (Ftse Mib e Dax +1,2%) dopo la prudenza di lunedì 28 luglio.
L’euro invece ha perso altro terreno sul dollaro, con il cambio sceso a 1,15. Un’altra vittoria per Trump dopo l’accordo asimmetrico imposto all’Europa visto che l’export americano sarà avvantaggiato dalla debolezza del biglietto verde. (riproduzione riservata)