La tregua sui dazi tra Stati Uniti e Cina fa tirare un sospiro di sollievo alle big tech. Da Apple ad Amazon, i colossi americani del web sono esposti al mercato cinese dove producono, comprano e vendono molti dei loro prodotti o componenti. Di conseguenza, la distensione dei rapporti e l’accordo sul taglio delle tariffe, raggiunto dopo i colloqui del 10-11 maggio a Ginevra, non possono che far piacere alla Silicon Valley. In borsa i titoli di Apple & co già festeggiano: nel pre-market del 12 maggio la Mela guadagna circa il 3% come Alphabet (class A), mentre per Amazon il balzo è di quasi il 6%. Rialza la testa anche Tesla con uno sprint di oltre l’8% (dati alle ore 9:30 del 12 maggio).
Ad aprile il presidente degli Usa, Donald Trump, aveva imposto a Pechino un maxi dazio del 145% con picchi cumulativi fino al 245%. La Cina aveva risposto portando al 125% l’aliquota sui beni statunitensi e scegliendo la via dello scontro duro con l’amministrazione Trump.
Dopo un mese di tensioni, le delegazioni dei due Paesi hanno trovato un’intesa che prevede la sospensione per 90 giorni di parte delle tariffe attualmente in vigore. Nello specifico, gli Stati Uniti ridurranno i dazi sui prodotti cinesi dal 145% al 30%, mentre la Cina taglierà le tariffe sulle importazioni statunitensi dal 125% al 10%. Le nuove disposizioni entreranno in vigore «entro il 14 maggio» secondo la nota congiunta delle due delegazioni.
L’allentarsi della guerra commerciale con Pechino è un’ottima notizia per le big tech. Il caso più emblematico è quello di Apple, che produce ancora in Cina la maggior parte dei suoi iPhone nonostante gli sforzi fatti negli ultimi anni per diversificare e realizzare alcuni dispositivi (soprattutto Mac e Airpods) in altri Paesi come India e Vietnam.
In più, Cupertino deve al mercato cinese circa un quinto dei ricavi annuali. Con questi numeri non sorprende che l’impatto dei dazi per Apple potesse essere molto vasto: in occasione dei risultati del primo trimestre 2025, l’amministratore delegato Tim Cook aveva detto agli analisti di aspettarsi un danno da 900 milioni di dollari nel secondo trimestre a causa delle tariffe.
Ma Apple non è un caso isolato. Amazon, ad esempio, importa molti prodotti (che poi rivende) dalla Cina e secondo Bloomberg ad aprile ha cancellato alcuni ordini nel tentativo di ridurre l’impatto dei dazi. Inoltre, sulle prime navi commerciali sottoposte al maxi dazio del 145%, arrivate negli Stati Uniti all’inizio di maggio, c’erano anche merci destinate ad Amazon.
Poi, c’è Tesla. La casa automobilistica di Elon Musk produce in Cina alcuni componenti chiave per le sue vetture ed è rimasta strangolata nella lotta commerciale avviata da Trump. Ad aprile la società ha sospeso i piani di produzione dei camion elettrici Cybercab e Semi e ha smesso di accettare ordini per Model S e Model X in Cina.
In generale, tutta la Silicon Valley fa affidamento su supply chain molto dipendenti dalla Cina e da altri Paesi asiatici, come Taiwan dove sono prodotti molti dei chip avanzati che servono a Nvidia (+4,6% nel pre-market), Amazon, Qualcomm e alle altre big per i loro progetti di intelligenza artificiale. (riproduzione riservata)