Troppa enfasi ai volumi e poca attenzione ai margini. Sul tema dei dazi imposti da Trump Simone Strocchi, presidente di Electa Ventures, per deformazione professionale riporta al centro del dibattito sugli scambi commerciali tra Paesi l'analisi della marginalità e non del fatturato.
«Vedo che si continua a parlare di sbilancio commerciale calcolato sul fatturato realizzato sulla compravendita di beni, omettendo il tema della marginalità economica», osserva Strocchi, tra i maggiori esperti e operatori di private equity e investimenti diretti in imprese con prebooking in Italia. «Il saldo commerciale è un indicatore incompleto: non misura l’effettiva ricchezza trattenuta da un Paese. Si limita a considerarne la differenza di fatturato sui beni scambiati. Sebbene l’Italia abbia un avanzo commerciale, l’indicatore da indagare è il margine economico, che considera i profitti generati da ciascuno dei due Paesi sulle reciproche relazioni economiche più articolate».
Domanda. Se si utilizza questo criterio che cosa ne esce?
Risposta. Gli Usa, pur con un deficit commerciale, potrebbero vantare un surplus economico grazie ad almeno tre fattori: ai margini superiori che ottengono dai prodotti e servizi esportati in Italia (combustibili, tecnologia etc); ai profitti delle loro multinazionali realizzati in Italia; alla capacità di monetizzare servizi digitali senza necessità di produzione locale e di incassare royalties che non rientrano nel computo degli scambi commerciali. Se poi contiamo il costante indirizzo di risparmio italiano sulla borsa Usa per sostenere investimenti a valori molto significativi di alcune società Usa, finanziandone lo sviluppo di tecnologie che riversano e riverseranno sui mercati mondiali a caro prezzo, il disagio paventato da Trump potrebbe ribaltarsi di segno.
D. L’introduzione di questa raffica di dazi potrebbe migliorare i margini di guadagno delle aziende Usa?
R. I dazi, in una economia interconnessa e globalizzata, determinano conseguenze poco prevedibili, ma genereranno prevalentemente fenomeni di aumento di prezzi a carico dei consumatori, che in un contesto non certo espansivo determina stagflazione. Poi, ciò che non trova sbocco sui mercati Usa si riverserà su altri mercati determinando una risacca di effetti economici poco prevedibile. Se si cristallizzassero i dazi dovremmo prendere atto che l’epoca della globalizzazione è finita e si proietta un futuro di barriere, di localismi e alleanze totalmente diverse da quelle che sono esistite fino ad oggi.
D. La risposta migliore da parte delle aziende italiane e non solo a questa nuova situazione quale potrebbe essere?
R. La politica deve immediatamente aprire confronti seri con gli Usa, riposizionando il ragionamento sulle marginalità ed evitando di inseguire la palla lanciata dall’amministrazione americana, che arriva a distorsioni come quella di considerare l’Iva come una cattiveria a detrazione della competitività dei prodotti Usa sui nostri mercati. Le imprese devono capire la distribuzione del costo dei dazi nella catena che intercorre da sell-in e sell-out dei loro prodotti negli Stati Uniti, dove spesso sono gli americani a trattenere il maggior delta, per cercare sbocchi in mercati più frazionati e ampi per non dipendere da ogni annuncio di Trump. I capitali poi devono iniziare a interrogarsi sulle vere opportunità, che non sono sempre identificabili nell’investimento a valori altissimi in imprese americane, ma riscontrabili anche in tante imprese molto serie e solide italiane, che attualmente sono mortificate sui mercati e che diventano anch’esse preda di grandi corpoartion non nazionali, che takeover dopo takeover ne estraggono la capacità di performare dal nostro ecosistema.
D. C’è qualche ragionevole speranza che il quadro che si è delineato possa migliorare in tempi non troppo lunghi?
R. Confido che l’amministrazione americana intenda lanciare una serie di tavoli negoziali che però dobbiamo affrontare con pragmatismo e con la capacità di mettere al centro del confronto dati significativi e analitici. Di contro, questo scossone può servire a orientare diversamente le nostre imprese, che sono capaci di servire tanti mercati differenti e a motivare noi tutti a sostenere un po’ di più la nostra economia reale. I cui campioni sono troppo spesso preda di player stranieri. Dobbiamo raccordare risparmio e impresa virtuosa sui listini nazionali. (riproduzione riservata)