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Dazi, il conto lo pagano gli americani: ecco come il commercio globale aggira Trump
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Dazi, il conto lo pagano gli americani: ecco come il commercio globale aggira Trump

06 febbraio 2026, 20:00

Secondo il Kiel Institute l’effetto delle tariffe imposte da Trump finisce al 96% sulle spalle dei consumatori americani. Intanto cambiano i flussi commerciali, cresce l’export italiano verso il Sud-Est asiatico  

«Chi siete? Cosa portate? Sì, ma quanti siete? Un fiorino!». Nel dicembre del 2025, la celebre ossessione del gabelliere di “Non ci resta che piangere” è diventata la nuova, rigida realtà doganale degli Stati Uniti. Solo che oggi, al posto del fiorino rinascimentale, il Dipartimento del Tesoro americano incassa 28 miliardi di dollari in un solo mese.

In appena un anno, il pedaggio sulle merci dirette negli Stati Uniti è quadruplicato, passando dai 7 miliardi del dicembre precedente a una cifra che certifica l’aumento più rapido delle barriere commerciali nella storia recente del Paese. Il prelievo medio sui beni importati è letteralmente decollato: se nel 2024 si attestava su un modesto 2,5%, nell’autunno del 2025 ha sfiorato il 17%.

Sono i consumatori statunitensi a pagare di più

È l’onda d’urto del cosiddetto liberation day, la svolta protezionista con cui Donald Trump ha mandato in fibrillazione i mercati globali rimescolando i confini del commercio mondiale. A dodici mesi da quello strappo, il bilancio dell’anno fiscale appare chiaro: Washington si avvia a chiudere il 2025 con un tesoretto di circa 245 miliardi di dollari. Una somma imponente in termini assoluti, eppure ancora marginale se proiettata sulla scala di un’economia che supera i 25 mila miliardi di pil.

Ma il punto vero non è tanto quanto sta incassando lo Stato federale, bensì l’altra faccia della medaglia: chi sta davvero pagando il prezzo della politica trumpiana? L’idea era semplice: far pagare i dazi agli esportatori stranieri e ridurre il deficit commerciale americano. I dati, però, raccontano un esito differente. Secondo uno studio del centro di ricerca tedesco Kiel Institute fur weltwirtschaft, il costo dei dazi è sostenuto quasi per intero dai cittadini americani.

I prezzi al consumo sono saliti, l’inflazione sui beni importati si è trasmessa lungo la catena del valore e solo una quota marginale del prelievo è stata assorbita dagli esportatori sacrificando margine. In altre parole: il conto lo pagano soprattutto famiglie e imprese americane. Analizzando i prodotti esportati negli Usa tra gennaio 2024 e novembre 2025 per un valore di 4.000 miliardi di dollari, lo studio evidenzia che gli esportatori stranieri hanno sostenuto solo il 4% dei dazi, mentre il restante 96% è stato pagato dai consumatori statunitensi.

Come sono cambiati i flussi commerciali

Anche i flussi commerciali lo confermano. Secondo il report «European and Chinese exports kept growing despite the 2025 Trump trade shock» realizzato dal think tank Bruegel, nei primi mesi del 2025 - e quindi prima che i dazi entrassero pienamente in vigore - le importazioni statunitensi sono esplose. A marzo si è registrato un aumento su base annua superiore al 30%, con un’accelerazione particolarmente forte degli acquisti dall’Europa. Le imprese hanno anticipato gli ordini per mettersi al riparo dalle nuove tariffe. Poi, però, l’effetto si è ribaltato. Una volta scattati i dazi, le importazioni hanno iniziato a flettere.

A novembre 2025 il totale era inferiore di circa il 4% rispetto a un anno prima. Il calo è stato netto verso la Cina, con una riduzione prossima al 45% su base annua, segno di un’accelerazione divergente tra le due economie. Ma non c’è stato un crollo generalizzato: una parte dei flussi si è semplicemente spostata, dall’Asia orientale verso altri Paesi asiatici, dal mercato americano verso altri sbocchi.

Lo stesso vale per l’Europa. Le esportazioni Ue verso gli Stati Uniti, dopo il picco di inizio 2025, si sono via via alleggerite. A novembre risultavano circa il 10% più basse rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Ma l’export europeo nel suo complesso non è diminuito. Al contrario, è cresciuto. Le vendite verso Regno Unito, Svizzera, Norvegia, Turchia e resto del mondo hanno più che compensato il rallentamento transatlantico, portando i volumi esportati su livelli record nel corso dell’anno. È qui che i dazi di Trump mostrano il loro vero effetto: non distruggono il commercio, lo spostano. Non fermano le esportazioni europee, le obbligano a cambiare direzione.

E l’Italia? Dal gas americano ai rapporti con il Sud Est asiatico 

L’Italia è un caso emblematico. Nel 2025 il surplus commerciale verso gli Stati Uniti è sceso a 34,2 miliardi di euro dai 38,9 miliardi dell’anno precedente. Una riduzione netta, ma non perché l’export italiano sia crollato. Le esportazioni verso gli Usa sono cresciute di oltre il 7%. A cambiare è stato il lato delle importazioni, aumentate di più del 35%, con un’impennata negli ultimi mesi dell’anno. A dicembre gli acquisti di beni americani sono balzati di oltre il 60% su base annua. Dietro c’è una scelta (politica) ben precisa: più gas naturale liquefatto, meno dipendenza da altri fornitori. Una scelta industriale e strategica, più che l’effetto diretto dei dazi.

Nel frattempo, l’export italiano ha continuato a diversificarsi. A dicembre sono cresciute fortemente le consegne alla volta del Sud-Est asiatico e della Svizzera, e al tempo stesso sono aumentate anche quelle verso Cina e Paesi Opec. Il calo verso gli Stati Uniti è stato minimo. Nessuno shock, nessun crollo improvviso. Sul fronte interno, le imprese tengono. Le aspettative sulla produzione migliorano e gli ordini reggono, anche se i margini in qualche caso si assottigliano. È qui che i dazi mordono davvero. Non tanto nei volumi esportati, quanto a conto economico. Una parte del costo resta negli Usa sotto forma di prezzi più alti. Un’altra viene assorbita lungo la filiera, comprimendo i profitti di chi esporta per restare competitivo.

Alla fine, la promessa di Trump non sembra aver pagato. I dazi hanno ridotto alcuni disavanzi bilaterali degli Stati Uniti, ma ne hanno ampliati altri. E soprattutto hanno trasferito il costo del giro di vite sull’economia americana stessa e sull’intera catena del valore globale. I dazi di Trump non li sta scontando un solo Paese: a pagare sono i consumatori americani e i margini delle imprese. Mentre il commercio globale ha imparato a muoversi di più per difendersi e continuare a crescere. (riproduzione riservata)



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