I dazi di Donald Trump possono avere un effetto devastante per alcune case automobilistiche, arrivando ad azzerarne addirittura i guadagni. Le tariffe del 25% che il presidente americano ha imposto a partire dal 2 aprile su tutte le auto importate negli Usa e quelle che dal 3 maggio dovrebbero essere applicate anche ai componenti rappresentano «lo scenario peggiore» che potesse capitare e sono una minaccia tale da rischiare di cancellare i profitti di alcuni colossi del settore.
A dirlo è Jefferies in un report, aggiornato dopo la decisione del presidente Trump, nel quale la banca d’investimento calcola l’impatto dei dazi sugli utili operativi stimati per il 2025 sulla base dei dati effettivi del 2024. Ovvero su quanti veicoli importati da fuori ha venduto negli Usa ogni gruppo lo scorso anno e con quanti componenti provenienti sempre dall’esterno rispetto agli Stati Uniti. Il quadro che emerge è che i dazi potrebbero, ad esempio, a ridurre del 25-40% l’ebit dei produttori tedeschi fino portarlo a zero per chi dipende dagli Usa per i suoi profitti.
La case potrebbero spostare il costo delle nuove tariffe sui clienti. Ma «i dazi del 25% applicati a circa 4 milioni di veicoli importati da fuori il Nord America aumenterebbero i prezzi di circa 8 mila dollari per veicolo», fa notare Jefferies. Trasferire il costo ai clienti significherebbe non riuscire più a vendere la maggior parte di quelle auto, ma non farlo potrebbe mettere in crisi i conti.
I dazi di Trump hanno l’obiettivo di difendere l’industria americana dell’auto, riportando più produzione possibile all’interno degli Stati Uniti. «Vediamo una capacità produttiva limitata in Nord America, con tutti i produttori operanti a un tasso di utilizzo dell’85-90% nel 2024, a parte Stellantis che è sotto il 50%», evidenzia però Jefferies, e questo «rende difficile spostare rapidamente la produzione senza investimenti significativi in alcune delle località di produzione più costose del Nord America». Inoltre il paradosso dei dazi di Trump è che rischiano di fare più male proprio ai colossi americani.
General Motors, non a caso il titolo auto peggiore all’indomani dell’annuncio di Trump (-7% a Wall Street giovedì 27) verrebbe colpita soprattutto per la sua esposizione alle importazioni dalla Corea (460 mila unità lo scorso anno, il 17% delle vendite Usa) e dal Messico, con dazi di 8,3 miliardi di dollari sulle auto e quasi 7 miliardi sui componenti, per un totale di 15,2 miliardi: un valore che andrebbe a cancellare l’ebit, stimato a 14,44 miliardi nel 2025. «Spostare più produzione negli Usa potrebbe ridurre i margini del pick up Chevrolet Silverado», aggiunge Jefferies, «e annullare il vantaggio competitivo strutturale rispetto a Ford».
La rivale Ford sembrerebbe «in una posizione relativamente migliore rispetto al rischio tariffario, grazie a una maggiore presenza produttiva negli Usa». Tuttavia «i dazi sui componenti potrebbero comunque cancellare gran parte degli utili e il bilancio di Ford appare meno preparato rispetto a Gm per sopportare uno shock esterno». Tra dazi su auto e dazi su componenti, sul gruppo peserebbero 10,7 miliardi, ovvero più (il 129,7%) degli utili operativi che per il 2025 sono stimati a 8,23 miliardi.
Detto di Gm e Ford, i dazi di Trump possono fare male anche all’ultima delle Big Three di Detroit. Su Stellantis l’impatto può essere più contenuto ma comunque devastante, mangiando fino a tre quarti dei guadagni. I soli dazi sui veicoli «potrebbero azzerare l’ebit del Nord America», scrive Jefferies, ma considerando anche i dazi sui componenti le tariffe «potrebbero ridurre l’ebit di gruppo del 75%».
La società del presidente John Elkann pagherebbe dazi totali per 7,1 miliardi, di cui 2,8 miliardi sui componenti, a fronte di un utile operativo che nel 2025 è stimato a 9,31 miliardi e si ridurrebbe quindi a 2,2 miliardi. «La capacità produttiva disponibile negli Stati Uniti (Sterling Heights, Belvidere) potrebbe facilitare il trasferimento della produzione», spiega Jefferies, «ma con un impatto negativo sui veicoli Ram Heavy Duty assemblati in Messico».
Altre illustri vittime dei dazi di Trump, secondo Jefferies, sarebbero i produttori tedeschi. «Bmw e Mercedes-Benz subirebbero un doppio colpo a causa dei dazi sui veicoli e sui componenti, con un impatto stimato rispettivamente di 2,8 e 3,3 punti percentuali sul fatturato».
La più impattata sarebbe Mercedes, costretta a subire dazi totali per 4,7 miliardi che peserebbero per più del 40% sull’utile operativo stimato a 11,42 miliardi. Meglio andrebbe a Bmw, con dazi totali per 4,3 miliardi, e soprattutto a Volkswagen. Il colosso di Wolfsburg subirebbe un costo più alto per i dazi (5,4 miliardi) ma con un minore impatto sui guadagni che sono attesi più alti rispetto a quelli delle connazionali.
Riassumendo i calcoli degli analisti di Jefferies, i dazi al 25% di Trump, quelli sui veicoli che entreranno in vigore il 3 aprile e quelli sui componenti che sono in fase di consultazione e potrebbero entrare in vigore il 3 maggio, potrebbero quindi ridurre nel 2025 l’ebit di Volkswagen del 24,4%, di Bmw del 35,4%, di Mercedes-Benz del 41,4%, di Stellantis del 76,6%, di Gm del 105,2% e di Ford del 129,7%.
Un impatto shock che però non riguarda tutti gli attori del settore. Ad esempio Ferrari giovedì ha confermato i target finanziari 2025, nonostante i nuovi dazi tocchino circa il 30% delle vendite della Casa di Maranello, stimando un impatto massimo di circa 50 punti base sui margini ebitda ed ebit, pari a circa 35 milioni di euro. La società di Benedetto Vigna ha anche annunciato un aggiornamento della politica commerciale e un aumento dei prezzi del 10% per alcuni modelli e dopo queste mosse è arrivata la promozione a overweight da parte di Barclays, con gli analisti che hanno evidenziato «la resilienza del gruppo».
Oltre alla Rossa, sono tra i vincitori della guerra commerciale di Trump società come Tesla, con il gruppo di Elon Musk che produce negli Usa le auto che vende in quel mercato, o come Renault: la casa francese guidata dall’italiano Luca de Meo non è presente in Nord America e per lei non c’è alcun impatto dai dazi. (riproduzione riservata)