Tanto tuonò che piovve. A furia di definire accettabili i dazi al 10% non si è fatto altro che rendere già scontato un aumento dei prezzi delle esportazioni, dando modo a Donald Trump nella lettera Ue di partire da quel tetto e imporre una barriera doganale del 30% ai prodotti europei.
La strategia della Confindustria di Emanuele Orsini si è rivelata sbagliata e suicida, perché la premier Giorgia Meloni, dopo la decisione della Casa Bianca e la risposta trattativista della Commissione europea, dovrà provare a far ragionare il presidente americano in quanto, come ha scritto in una nota di Palazzo Chigi, «una guerra commerciale non conviene a nessuno».
Non so se alla Casa Bianca siano preoccupati. Sicuramente questa guerra non conviene al nostro Paese che è il quarto al mondo per esportazioni e non la quarta economia e sta tenendo botta alle tante variabili d'incertezza che si susseguono dopo la pandemia di Covid con uno spirito indomito delle nostre imprese che hanno compiuto un vero miracolo a reggere la competizione tra mille difficoltà.
Con la lettera di Trump in mano, che irride Ursula von der Leyen definendo un onore scriverle questa mezza dichiarazione di conflitto economico, lui che rappresenta lo Stato che ha liberato, insieme ai russi, l'Europa dalla dittatura nazifascista, l'Unione Europea dovrà reagire come un sol Paese: altrimenti sarà una sconfitta memorabile per il più ricco mercato del mondo in quanto abitato dai consumatori più benestanti del pianeta.
L'Ue dovrà trasformare il suo gigantismo normativo - che permette alla presidente della Commissione persino di emettere atti esecutivi che escludano aziende dal mercato unico - in un'arma potente di trattativa, mentre il suo nanismo politico dovrà rappresentare un monito per evitare fughe in avanti nazionali.
Trump ha confermato di fare quello che dice e di essere forte quanto almeno gli spiriti animali del capitalismo americano, le corti federali e i listini di Wall Street compresi. Il costo da pagare per l'aumento del debito pubblico statunitense di 3.000 miliardi di dollari sarà compensato proprio dai dazi, la cui bolletta, ha annunciato qualche giorno fa il segretario al Tesoro Scott Bessent in una intervista a MF-Milano Finanza, è guarda caso di 2.800 miliardi. In pratica, Trump vuole finanziare il maggior indebitamento della sua manovra con i soldi degli altri, i nostri.
Per l'Italia, dove da mesi gli imprenditori dormono sonno agitati, il costo dei dazi di Trump non è ancora stimabile, e a poco servirà compensarlo con l'accordo Ue-Mercosur, il blocco economico formato da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, intesa che può portare un surplus di 12 miliardi di euro, stima il centro studi dell'associazione dei nostri imprenditori.
Sulla carta facciamo bene a preparare strade alternative ma non si deve perdere d'occhio l'obiettivo primario che sta a Washington. Il nostro Paese deve evitare di cambiare terreno di gioco e spostarsi dal Nord al Sud America, perché i nostri imprenditori devono già fare i conti col dazio esistente, il dollaro svalutato del 13% da inizio anno, effetto che ha già comportato una perdita di 20 miliardi sulle nostre esportazioni.
C'è chi ha qualche dubbio su questa strategia alternativa, supportata dal Centro Studi Confindustria, come il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. «Il Mercosur è un accordo che penalizza l’Europa sia sotto il profilo del contributo alla riduzione delle emissioni globali, sia sotto quella della competitività dei sistemi agroalimentari», ha spiegato al nostro giornale il numero uno della Coldiretti. «Negli ultimi trent’anni l’Europa è diventata il posto più sicuro e sostenibile al mondo in cui produrre e consumare cibo. Rispetto ai Paesi dell’area Mercosur, Brasile in testa, abbiamo ridotto le emissioni di gas serra di circa il 25%, mentre dall’altra parte sono aumentate di oltre il 50%».
Un accordo solo con Paesi che rispettano molto meno di noi le normative ambientali comporterebbe perciò un danno per il settore agroalimentare, perché esporteremmo prodotti molto più sani di quelli che compriamo.
Ma soprattutto, ora che è caduto il velo sui dazi di Trump e che è partita una trattativa fino al primo agosto tra Bruxelles e Washington, dobbiamo chiederci se il pur grande Brasile può sostituire il mercato del più potente e ricco Stato del mondo. (riproduzione riservata)