La scure dei dazi al 15%, frutto dell’accordo ufficializzato il 27 luglio 2025 da Stati Uniti e Unione Europea, si abbatterà su tutti i 27 Paesi europei il 1° agosto. Tuttavia, alcuni saranno più penalizzati di altri quando la nuova aliquota entrerà in vigore.
I dati elaborati dall’Eurostat e dal Bureau of Economic Analysis (Dipartimento del Commercio Usa) individuano in particolare due Stati che esportano massicciamente negli Usa e, quindi, sono più esposti degli altri ai dazi: Germania e Irlanda.
Nel complesso, secondo il Bureau of Economic Analysis, il valore degli scambi commerciali Usa-Ue è stato di 975,9 miliardi di dollari nel 2024. Ma la bilancia si è inclinata dalla parte dell’Ue, che ha generato un surplus di 235,6 miliardi di dollari (201,5 miliardi di euro). Solo la Cina ha registrato un valore superiore. In più, l’Eurostat stima che il 20% delle merci esportate dall’Ue sia destinato proprio agli Stati Uniti.
In questo contesto la Germania - prima economia dell’Ue - è di gran lunga il maggiore esportatore di beni verso gli Stati Uniti, con un valore di 161,2 miliardi di dollari nel 2024 (dati Eurostat) e un surplus commerciale di 84,8 miliardi di dollari.
Secondo l’ufficio statistico tedesco Destatis, gli Stati Uniti da soli rappresentano il 10,5% dell’export della Germania. Tra i prodotti di punta apprezzati dagli americani ci sono i noti marchi automobilistici, ma anche le macchine utensili e i farmaci. Con dazi al 15% il pil tedesco rischia un impatto negativo di circa l’1%, secondo la banca centrale tedesca.
Tuttavia, il Paese con il surplus maggiore (anche se a fronte di un valore generale dell’export minore di Berlino) è l’Irlanda. Dublino ha riportato un surplus di 86,7 miliardi di dollari nel 2024, in gran parte dovuto alla presenza in Irlanda di grandi gruppi americani - dalle big tech alle società farmaceutiche - che si sono insediati qui per beneficiare di un regime fiscale favorevole per poi rivendere i loro prodotti sul mercato americano.
L’Italia si colloca al terzo posto per valore dell’export verso gli Stati Uniti con 64 miliardi di dollari e ha un surplus di circa 44 miliardi secondo le statistiche Usa. Molti prodotti made in Italy, dai vini all’alimentare fino al pharma, rischiano una doccia fretta che potrebbe comprometterne il giro d’affari, anche se sono previste esenzioni come i farmaci generici e alcuni prodotti alimentari. Per il vino italiano, ad esempio, l’aliquota del 15% potrebbe avere un impatto da 317 milioni, coinvolgendo almeno l’80% del settore secondo l’Unione italiana vini.
Una dinamica simile interessa la Francia, che ha un surplus commerciale di 16,4 miliardi di dollari secondo i dati Usa (più contenuto secondo le stime di Parigi). Anche in questo caso tra i settori più colpiti ci sarebbero vini e alimentare, poi il lusso.
Il principale rappresentate del comparto in Francia, il colosso Lvmh, ha comunque definito «un buon risultato» l’aliquota del 15% in occasione della pubblicazione dei risultati semestrali. Lvmh ritiene di potersi difendere da una tariffa di questa entità aumentando i prezzi e ottimizzando la produzione.
Infine, altri due Paesi hanno un surplus commerciale significativo con gli Stati Uniti. Si tratta di Austria e Svezia, con 13,1 e 9,8 miliardi di dollari. (riproduzione riservata)