Quando nel 2013 Edward Snowden giunse a Mosca da Pechino, in fuga dalle autorità americane, e iniziò a condividere con l’Fsb i suoi segreti, il primo atto dell’amministrazione del Cremlino fu quello di ordinare in India, all’unica fabbrica ancora esistente al mondo, un lotto di 2.000 macchine da scrivere. «Se proprio volete carpire le nostre informazioni riservate – fu il retropensiero di questo gesto di ribellione analogica – almeno abbiate la briga di entrare fisicamente nelle nostre stanze per rubare i nastri copiativi».
Pochi anni prima, al tempo della sua prima elezione a presidente degli Stati Uniti d’America nel 2008, Barack Obama fu alquanto contrariato da consegnare per poi abbandonare il suo BlackBerry, dopo che gli fu spiegato molto chiaramente dai servizi che la sicurezza delle comunicazioni con quello strumento era nulla e non avrebbe più potuto proseguire a gestire la propria cassetta di posta elettronica su di un simile dispositivo.
Il primo mandato di Obama fu alquanto digitalmente turbolento anche per un altro motivo legato alle comunicazioni: l’utilizzo di un profilo email privato da parte del segretario di Stato Hillary Clinton per l’invio comunicazioni ufficiali pubbliche determinò infatti una lunga indagine federale.
Oggi, a dieci anni di distanza, la sicurezza online federale, proprio nel momento in cui la trimurti digitale Bezos-Musk-Zuckerberg è al potere, sembra non avere più alcun peso. Quando nella chat digital su Signal venivano discussi i dettagli dello strike contro i ribelli Houthi nello Yemen, uno dei partecipanti, l’emissario speciale per l’Ucraina Steve Witkoff si trovava in Russia per discutere con il Cremlino i termini della tregua nel Donbass.
Il coinvolgimento accidentale in questa chat di Jeffrey Goldberg, direttore del The Atlantic, sembra essere quindi il minore dei mali rispetto alla compromissione di notizie della massima segretezza nei confronti di una potenza straniera con cui si sta negoziando una pace. Gli Stati Uniti dispongono di infrastrutture chiuse e certificate, pensate per comunicazioni classificate di alto livello.
Eppure la necessità di immediatezza e flessibilità ha favorito il ricorso a mezzi consumer come Signal o WhatsApp, senza alcuna prudenza. I protocolli rigorosi per l’accesso e la registrazione delle attività, propri delle comunicazioni governative classificate, sembrano esser stati considerati un’inutile e noiosa formalità, macchinosa e dispendiosa in termini di tempo e di energie, rispetto a una app che è sì considerata tra le più sicure nel panorama delle messaggistiche, ma esposta come tutte a rischi indiretti: se uno smartphone viene infettato da malware, i contenuti possono essere letti prima ancora di essere cifrati o subito dopo la decifratura. In questi casi, il punto debole è l’ambiente in cui avviene la comunicazione, non la tecnologia crittografica. E sicuramente le stanze del Cremlino non sono tra quelle più sicure per la riservatezza degli ospiti.
Il danno agli occhi della comunità internazionale è devastante: un governo che dimostra di non controllare adeguatamente le proprie conversazioni riservate trasmette un’immagine di inaffidabilità. In un’epoca in cui il dato regna e l’informazione è sovrana, simili inciampi possono incidere su alleanze e rapporti commerciali, offrendo il fianco alle potenze concorrenti nello scenario geopolitico.
Sembra incredibile, ma il totale ribaltamento della percezione della sicurezza necessaria nelle comunicazioni riservate federali ci dice che urge un corso di aggiornamento rapido della prima linea della nuova amministrazione Usa? Oppure, forse, quelle comunicazioni non erano poi necessariamente così tanto riservate? (riproduzione riservata)
*esperto di cybersecurity