Dma e Dsa sono le due sigle che chi lavora sul web ha dovuto imparare a conoscere in questi anni. Il Dsa (Digital Services Act) è il regolamento dell'Unione Europea che ha l’obiettivo di aumentare la sicurezza e la trasparenza delle big tech. Il Dma (Digital Markets Act) è stato concepito a Bruxelles per mettere un freno, invece, allo strapotere delle piattaforme sui mercati digitali europei. Entrambi i regolamenti sono entrati in vigore nel 2022 e diventati pienamente applicabili nel 2024. In pratica sono due facce della stessa medaglia, che avrebbero dovuto rendere imprese (e consumatori) meno deboli davanti ai giganti del web.
Ma nei fatti non sta andando proprio così. Almeno a giudicare dalle decine di segnalazioni che finiscono ogni anno in Italia sul tavolo dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. O dalle 12 cause civili che si stanno discutendo in giro per l’Europa contro Google con richieste di risarcimento miliardarie, tra cui quella promossa dall’italiana Moltiply contro il motore di ricerca per presunte pratiche anticoncorrenziali.
«Ma mentre le grandi aziende hanno le risorse e la struttura per sostenere contenziosi contro le piattaforme, pmi e professionisti sono le vere vittime del web e spesso da soli poco possono fare per far valere i propri diritti», spiega Antonino Polimeni, avvocato dello Studio Legale Polimeni e Cotroneo, tra i principali esperti italiani di diritto di internet e copyright e docente in diversi master universitari.
I casi più comuni con cui si trovano a fare i conti le imprese nei rapporti con i colossi di internet sono: account chiusi o improvvisamente limitati, soldi degli incassi delle vendite online trattenuti, shadow banning (limitazione della visibilità online) fino all’hackeraggio dell’account. Una situazione comune agli utenti di Meta (Facebook e Instagram), Google, passando ad Amazon, Airbnb e Booking.
«Il problema è che il legislatore europeo, nell’approvare il regolamento del Dsa, che è dettagliato e prevede una serie di prescrizioni che dovrebbero proprio tutelare le imprese nei confronti dei giganti del web, pur obbligando le aziende tech a dotarsi di strumenti esterni di mediazione per redimere i contenziosi, non ha indicato un foro competente o una giurisdizione, che dovrebbe essere, a rigor di logica, quella del Paese di chi ha subito un danno e promuove il contenzioso in quanto soggetto debole», prosegue Polimeni.
Invece così non è. Se si chiede l’intervento della giustizia italiana, il tribunale finirà per dire che non è competente e di rivolgersi, la maggior parte delle volte, in Irlanda, patria europea delle big tech. Se si procede con la mediazione, gli studi abilitati rischiano di essere sempre gli stessi e sempre all’estero, dove hanno sede le società. Ammesso di riuscire a ottenere, comunque, la mediazione. Perché nel caso di blocco dell’account bisogna fare ricorso e aspettare che la piattaforma risponda e conceda il tentativo di conciliazione, fornendo la procedura da seguire. «Ma ogni tanto qualcosa s’inceppa e molto spesso, al singolo professionista, non resta altro che rifare l’account e ripartire da capo», continua l’avvocato.
Un paradosso che avrebbe dovuto risolvere proprio il Dsa. Ci sono casi al limite del surreale tra quelli trattati dallo Studio Legale Polimeni e Cotroneo. Come quello di un avvocato che su OneDrive, il cloud di Microsoft, teneva il fascicolo di un caso di pedopornografia a cui è stato chiuso l’account proprio per il materiale caricato. O quello di una catena di hotel a cui è stato hackerato l’accesso al portale delle prenotazioni e gli sono stati portati via 500 mila euro di incassi.
Poi c’è il caso delle recensione negative finte, anche quando viene dato un pessimo voto pur scrivendo chiaramente di non aver provato il servizio. E i tanti influencer che in questi anni vendevano magliette e borse usando Instagram o TikTok e i cui canali sono stati chiusi dal giorno alla notte e senza spiegazioni. «Il regolamento prevede che le piattaforme debbano informarti 30 giorni prima di un eventuale provvedimento preso a tuo danno e debbano dire in maniera chiara qual è la violazione contestata. Peccato che così non è praticamente mai», aggiunge il professionista.
Insomma, tutti schiavi delle big tech, nel pieno stile del tecnofeudalesimo di cui parlava l’economista greco Yanis Varoufakis. «Alla fine manca l’effettiva tutela per imprese e professionisti. Quando riusciamo ad arrivare in mediazione, noi i contenziosi li vinciamo, ma le piattaforme violano sistematicamente il diritto di difesa», racconta Polimeni.
Che fare allora? «Per prima cosa l’Unione Europea dovrebbe inserire che il foro competente deve essere quello del proprio Paese. Dopodiché, se subisce un provvedimento dalle piattaforme, bisogna fare subito ricorso, tentare di ottenere l’apertura della mediazione per mettere in pratica le eventuali forzature legali necessarie per arrivare a una definizione veloce del caso».(riproduzione riservata)