Negli investimenti il tempo è denaro. E alcuni magnati della Silicon Valley hanno centrato il momento perfetto per vendere alcune delle loro partecipazioni, con profitti per centinaia di milioni di dollari, prima che l’annuncio dei «dazi reciproci», arrivato il 2 aprile dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, mandasse nel panico i listini azionari.
Tra chi ha effettuato più operazioni di insider trading - cioè acquisto o vendita di azioni della propria compagnia - nei primi tre mesi del 2025, Bloomberg ha individuato nomi del calibro del fondatore di Meta, Mark Zuckerberg, e dell’amministratore delegato di Jp Morgan, Jamie Dimon.
Al momento non c’è nessuna indagine in corso sulle transazioni effettuate a Wall Street prima e dopo l’avvio delle tariffe, perciò si tratta di operazioni del tutto legittime. Anche se i Democratici hanno sollevato alcuni dubbi sulla trasparenza e sul tempismo di determinati movimenti dopo che Trump, il 9 aprile, ha scritto sul social network Truth: «Adesso è un momento grandioso per comprare». Chi ha dato retta al presidente ha fatto un affare visto che, qualche ora dopo, il tycoon ha comunicato la sospensione per 90 giorni dei dazi (Cina esclusa) e i listini americani hanno messo a segno un rally del 10-12%.
Tra gennaio e febbraio il ceo di Meta ha venduto 1,1 milioni di azioni della società, ricavandone 733 milioni di dollari. In quella fase il titolo della società viaggiava sopra i 600 dollari. Dopo l’annuncio dei dazi le azioni sono crollate del 32%.
Nello stesso periodo di tempo Safra Catz, amministratrice delegata di Oracle, ha venduto 3,8 milioni di azioni incassando 705 milioni di dollari ed evitando così perdite significative, legate a un calo del 30% nel valore del titolo dopo il 2 aprile. Nikesh Arora, ceo di Palo Alto Networks, ha invece esercitato stock option per oltre 565 milioni di dollari nel primo trimestre, grazie a un piano di vendita automatica adottato nel 2024.
Infine, Jamie Dimon. Nel 2025 il numero uno di Jp Morgan ha ceduto azioni per oltre 250 milioni di dollari, tra cui un pacchetto da 233 milioni venduto il 20 febbraio, quando il titolo della banca americana veleggiava sui massimi da inizio anno. Altre vendite sono state effettuate dopo il D-day dei dazi di Trump. (riproduzione riservata)