Maneggiare con cura. Evitare effetti collaterali. Acquisire, in ultima istanza, una giusta consapevolezza e quindi agire con responsabilità. È muovendo da queste premesse che il dibattito sul mercato delle criptovalute può essere spogliato da pregiudizi che rischiano di mettere a rischio lo sviluppo di un’asset class che può essere strategico per il Paese.
Disperderne il valore rappresenterebbe, infatti, un errore: la perdita di competitività, rispetto agli altri Paesi che sostengono i crypto-asset, risulterebbe difficilmente recuperabile nel medio-lungo periodo. Ma alla dimensione della retromarcia dobbiamo contrapporre un laico dialogo finalizzato al potenziamento e alla crescita di strumenti innovativi e assolutamente compatibili con i target, ineludibili, della stabilità e della sostenibilità finanziaria.
La qualificazione del mercato delle cripto-attività, infatti, poggia su diversi elementi che, intersecati tra di loro, restituiscono irrinunciabili opportunità sia per la valorizzazione e la tutela del risparmio, sia per il finanziamento destinato alle piccole e medie imprese. I numeri attestano la validità di questo percorso: gli oltre 1,3 milioni di clienti italiani, censiti al 30 giugno, detenevano criptovalute in portafoglio per un controvalore di 2,2 miliardi, con un valore medio pro capite di circa 1.645 euro.
In totale sono quasi 2 milioni gli italiani che negli ultimi anni hanno investito in questo ambito: se si considerano anche i soggetti che detengono le cripto, direttamente o tramite intermediari, il numero degli investitori sale a 3,6 milioni. È un consolidamento importante, che fa dell’Italia la sesta economia crypto in Europa e tra le più rilevanti a livello globale.
Occorre proseguire su questo percorso, anche volgendo lo sguardo al di là dei nostri confini per non correre il rischio di restare indietro. I risultati conseguiti recentemente dalle economie crypto-friendly dimostrano come questa giovane industria abbia potenzialità di crescita esponenziali. Alcuni dati sono utili per inquadrare il fenomeno: gli investimenti in start up di criptovalute e blockchain in Svizzera hanno raggiunto i 3 miliardi di dollari, registrando un aumento del 680% rispetto all’anno precedente.
Le aziende che operano in questo settore hanno superato una valutazione di 611 miliardi di dollari. Non sono affari per pochi intimi. Solo nel 2022, infatti, questa industria ha creato seimila posti di lavoro diretti, generando un indotto variegato, fatto di sviluppatori, esperti legali e specialisti di compliance.
Per tutelare al meglio questo mercato occorre dunque evitare scelte troppo penalizzanti: un’imposizione eccessivamente elevata, disallineata rispetto agli altri Paesi, disincentiva gli investimenti e contribuisce a confinare le criptovalute nel recinto buio del disordine e dell’illecito.
Beninteso, questo non significa garantire una, troppo spesso invocata, zona franca fiscale o un livello di tassazione inadeguato. L’obiettivo, piuttosto, è ponderare la leva fiscale con le concrete opportunità di sviluppo del settore, tenendo sempre un occhio vigile rispetto a temi sensibili, come la prevenzione di bolle o vuoti normativi dannosi per il mercato e per i cittadini. Ricordando, allo stesso tempo, che l’asset class registra un interesse crescente da parte degli operatori finanziari tradizionali, a conferma del carattere strategico di questo mercato.
A guidare questa ponderazione non deve essere l’ideologia, quanto una consapevolezza comune sui punti di forza che caratterizzano il mercato delle criptovalute. Il primo e più importante è costituito dal ruolo strategico che l’Italia può ricoprire all’interno di una strategia europea che recentemente si è rafforzata attraverso l’adozione del Regolamento europeo sulle cripto-attività (MiCa). Gli obiettivi strategici in materia di tecnologia blockchain e di finanza digitale sono tanto europei quanto italiani.
E lo sono perché solo una sovranità digitale a livello comunitario può garantire una crescita e una sostenibilità di lungo periodo dei mercati nazionali rispetto alla competizione globale. Non è un caso se proprio il Regolamento in questione fa riferimento all’Unione dei mercati dei capitali e alla Strategia europea per la blockchain, entrambe forme di cooperazione che necessitano di una sempre maggiore integrazione.
È all’interno di questa cornice che occorre tutelare le specificità nazionali, valorizzando il ruolo che l’Italia ricopre oggi. Un passaggio del Regolamento MiCa è esemplificativo: «Grazie alla semplificazione dei processi di raccolta di capitali e al rafforzamento della concorrenza, le offerte di cripto-attività potrebbero rappresentare un approccio innovativo e inclusivo al finanziamento, anche per le pmi». Le cripto-attività sono, dunque, humus fertile per il nostro sistema produttivo. Generano crescita e opportunità di lavoro.
E allora necessario liberare il tema da visioni solo parziali che non tengono conto dell’evoluzione legislativa e culturale che sta interessando questo fenomeno. Il recente recepimento nell’ordinamento italiano del Regolamento europeo risolve le ataviche questioni legate alla protezione tanto dei consumatori quanto degli investitori, prevedendo regole chiare, anche sul fronte della vigilanza e della governance degli emittenti di stablecoin. L’imminente inserimento dei prestatori di servizi per le cripto-attività nella categoria degli intermediari bancari e finanziari rafforza questa visione.
Sono tutte regole di buon senso perché incoraggiano l’innovazione attraverso un quadro regolatorio solido ma comunque flessibile, con sanzioni adeguate, senza cadere nell’errore di norme restrittive. È proprio questo errore che dobbiamo evitare oggi nel nostro Paese. Frenare lo sviluppo delle cripto-attività significa sottrarre a tutti, ai giovani in primis, opportunità. È un lusso che non possiamo e non dobbiamo permetterci. (riproduzione riservata)
*Sottosegretario Mef