Mentre l’integrazione con Ubs sta per entrare nel vivo con ipotesi di pesanti tagli al personale (fino a 36 mila posti di lavoro), il salvataggio di Credit Suisse è un dossier sempre più caldo per studi legali e procure. Dopo l’azzeramento degli AT1 del gruppo di Zurigo per un nominale di 16 miliardi di franchi, molti bondholder hanno deciso di portare in tribunale le authority svizzere.
Leggi anche: Crisi Credit Suisse e Svb, ecco come i social media hanno amplificato le crisi bancarie
A muoversi per conto degli investitori (in gran parte asset manager ed hedge fund) sarà lo studio legale californiano Quinn Emanuel Urquhart & Sullivan. I promotori dell’azione legale detengono una «percentuale significativa del valore nozionale totale degli AT1», ha spiegato ieri lo studio in una nota, e in molti casi «hanno investito nelle obbligazioni molto prima della fusione tra Credit Suisse e Ubs». C'è ancora la possibilità «che i vari attori riconoscano e correggano gli errori commessi nell'orchestrare frettolosamente questa integrazione», ha commentato a Reuters Thomas Werlen, managing partner dell'ufficio di Zurigo dello studio Quinn Emanuel.
Nel mirino ci sarebbe soprattutto la decisione della Finma e della banca centrale di azzerare parte del debito subordinato senza intaccare l’equity della banca, invertendo in questo modo la gerarchia del passivo pur in assenza di una liquidazione. Giovedì 23 marzo la Finma si è limitata a chiarire che l’accesso di Credit Suisse alla liquidità straordinaria messa a disposizione dalla banca centrale mercoledì 15 inficiava la continuità aziendale, configurandosi come un non viability point.
La legge di emergenza ha insomma avuto effetto retroattivo in barba ai principi fondamentali del diritto, portando all’azzeramento di tutti gli At1 a fronte di nessuna perdita riportata. Se i proponenti si mostrano agguerriti (al lavoro ci sarebbe anche lo studio legale Pallas Partners), la partita non sarà semplice. I tribunali degli Usa potrebbero infatti non voler entrare in una vertenza che riguarda il diritto svizzero nell’ambito di una procedura di salvataggio avvenuta con regole molto diverse da quelle americane ed europee.
Un altro fronte è stato aperto dall’ufficio del procuratore generale svizzero, che ha avviato un’indagine sul salvataggio. «Vista la rilevanza degli eventi», il procuratore federale «intende adempiere in modo proattivo al suo mandato e alla sua responsabilità di contribuire a una piazza finanziaria svizzera pulita e ha istituito un sistema di monitoraggio al fine di adottare misure immediate in caso di qualsiasi circostanze che rientrano nella sua giurisdizione», ha affermato l’ufficio in una dichiarazione inviata a Bloomberg.
Il procuratore generale ha peraltro ordinato alle autorità svizzere nazionali e regionali di «indagare e raccogliere informazioni» al fine di «analizzare e identificare possibili reati», secondo la dichiarazione. Il procuratore non ha specificato se sta cercando violazioni della legge da parte di funzionari governativi, dirigenti di banca o giornalisti che hanno riferito delle trattative a porte chiuse.
Nel frattempo Ubs (che può contare su nove miliardi di franchi di garanzie pubbliche contro gli eventuali rischi legali) va avanti sul processo di integrazione di Credit Suisse. Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa svizzera, il gruppo guidato dal ceo Sergio Ermotti potrebbe tagliare tra il 20% e il 30% dei propri posti di lavoro, circa 36 mila in tutti il mondo di cui 11 mila in Svizzera. Credit Suisse aveva annunciato 9 mila tagli prima dell’operazione di salvataggio di Ubs. I due istituti di credito insieme impiegavano quasi 125 mila persone alla fine del 2022, di cui circa il 30% del totale in Svizzera. Pubblicamente, Ubs - che non ha voluto commentare le indiscrezioni - ha affermato che farà chiarezza sui tagli di posti di lavoro il prima possibile. (riproduzione riservata)