Sale il livello dello scontro sul salvataggio di Credit Suisse e sulle condizioni imposte agli investitori nell’ambito del matrimonio con Ubs. Al Dipartimento federale svizzero delle finanze sono state notificate due azioni legali intentate da obbligazionisti del gruppo di Zurigo.
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Nel dettaglio si tratta di domande di risarcimento per responsabilità dello Stato, come ha spiegato una portavoce del Dipartimento, senza fornire ulteriori dettagli sul contenuto dei procedimenti. Sotto la lente dei bondholder e dei loro legali ci sarebbero i trattati internazionali di protezione degli investimenti firmati dalla Svizzera con molti Paesi. Tali documenti prevedono risarcimenti in caso d’espropriazione statale, una fattispecie nella quale si sta cercando di far rientrare anche l’azzeramento dei bond subordinati At1.
Al centro del contendere c’è la decisione del governo elvetico di azzerare parte del debito senza intaccare l’equity della banca, invertendo in questo modo la gerarchia del passivo pur in assenza di una liquidazione. Giovedì 23 marzo la Finma si è limitata a chiarire che l’accesso di Credit Suisse alla liquidità straordinaria messa a disposizione dalla banca centrale mercoledì 15 inficiava la continuità aziendale, configurandosi come un non viability point. La legge di emergenza ha insomma avuto effetto retroattivo ma anche questo aspetto, sottolineano molti investitori, costituirebbe una violazione dei principi fondamentali del diritto.
Nel frattempo il salvataggio non è riuscito ad arrestare i deflussi di clientela per Credit Suisse. In base ai dati di Morningstar, nelle tre settimane dopo l’intervento del cavaliere bianco Ubs sono stati disinvestiti dalla banca 5,6 miliardi di dollari. Gli investitori avevano già ritirato 3 miliardi subito dopo il salvataggio, a cui si sono aggiunti 2,5 miliardi nel periodo compreso tra il 23 marzo e il 6 aprile. «C’è ancora incertezza circa l’operazione e il potenziale impatto che potrà avere su Credit Suisse Asset Management», ha spiegato Johann Scholtz, analista di Morningstar.
Il tema viene monitorato con attenzione dai regolatori, perché proprio i deflussi di liquidità sono stati il fattore che ha fatto avvitare la banca su se stessa fino ad arrivare al salvataggio. Già lo scorso anno Credit Suisse aveva perso asset in gestione per 123 miliardi di franchi, per la maggior parte nell’ultimo trimestre. Nel 2023 il trend ha rallentato, ma non si è fermato. (riproduzione riservata)