L’aumento dei bilanci della difesa tra i membri europei della Nato, stima Moody’s, potrebbe sbloccare fino a 89 miliardi di euro all'anno per l'acquisto di equipaggiamenti, incrementando potenzialmente i ricavi dei produttori del 28%. Non è solo l’effetto del terzo fronte di guerra che si è aperto tra Israele, Usa e Iran, dopo Russia-Ucraina e Israele-Hamas, ma di quello che Giuseppe Cossiga, presidente dell’Aiad (la Federazione delle aziende italiane della difesa e dell’aerospazio) e di Mbda Italia, chiama «il risveglio alla fine di un lungo sogno di pace». In altre parole, l’Europa si è scoperta di nuovo vulnerabile ed è costretta a tenere la guardia alta anche in futuro: l’industria della difesa, perciò, continuerà a crescere, ma dovrà affrontare sfide tecnologiche impensabili fino a qualche anno fa, come Cossiga spiega in questa intervista con MF-Milano Finanza.
Domanda. Partiamo da quello che sta succedendo in queste ore e di come lo scenario potrà evolversi.
Risposta. Tutto il mondo ha motivo di essere preoccupato. Non tanto per un’escalation militare in sé, quanto per le conseguenze sui mercati. La minaccia della chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran avrebbe effetti imprevedibili. È chiaro che questa possibilità genera forte apprensione a livello globale.
D. Situazioni come queste, però, hanno sempre un impatto positivo sull’industria della difesa.
R. In effetti sì, ma mi consenta una battuta: non è che chi produce grano è «cattivo» perché i suoi profitti salgono durante una siccità. Così anche per la difesa non si è «cattivi» se la maggiore necessità di sicurezza rende evidente il fatto che senza strumenti adeguati non la si può garantire.
D. Questa situazione potrebbe accelerare il piano di riarmo europeo?
R. Siamo già in una fase di accelerazione massima. Più di così non si può correre. Certamente le alleanze internazionali possono dare un contributo importante per raggiungere dimensioni di scala maggiori in minor tempo. Pensiamo alla jv di Leonardo con Baykar per i droni e con Rheinmetall per i carri armati. Nell’industria, prima viene l’efficienza, poi l’efficacia. Le alleanze sono necessarie per i sistemi più complessi, per creare una massa critica che possa rendere disponibili anche i fondi per lo sviluppo di nuovi prodotti e tecnologie.
D. In questo momento a predominare sembra il settore della difesa aerea.
R. Sì, un settore che oggi comprende tutto: dal drone da 5 chili al missile balistico intercontinentale che può arrivare da 5 mila chilometri di distanza. È l’aspetto più centrale e visibile, ma non l’unico. C’è anche la difesa dello spazio elettromagnetico. Oggi, un radar o una batteria antiaerea possono essere messi fuori uso da un attacco hacker. Quello che si vede in tv sono i missili che intercettano altri missili, le esplosioni. Gli attacchi elettromagnetici invece non si vedono, eppure sono lì, costanti e potenzialmente devastanti. Le tecnologie del futuro dovranno concentrarsi proprio su questo fronte.
D. Siamo di fronte a una minaccia sempre più complessa, dunque: come si può stare al passo?
R. Un tempo era più facile: i bersagli erano pochi e ben definiti, due o tre tipologie. Oggi, in un singolo attacco, possiamo trovarci davanti a droni minuscoli, droni medi, missili con tecnologia degli anni 60, e missili di ultima generazione. Tutto contemporaneamente. È esattamente quello che sta mandando in crisi persino lo scudo anti-missile israeliano sotto i colpi dell’Iran. Possiamo dire che in questo momento la lancia vince sullo scudo.
D. Per questo Trump pensa a uno scudo infinitamente più potente, il Golden Dome?
R. Presidenti di altra levatura, come Ronald Reagan, avevano già pensato a qualcosa di simile per difendersi da eventuali attacchi missilistici nucleari, russi ovviamente. All’epoca, era il 1983, si chiamava Star Wars, adesso Golden Dome. Poiché però gli Usa possiedono il più potente deterrente nucleare al mondo, non vedo chi potrebbe pensare di autodistruggersi lanciando missili sul suolo americano.
D. Spostiamo il discorso sull’Italia: è pronta a difendersi? Ci sono circa 30 mila siti considerati obiettivi sensibili.
R. La metterei così: non siamo il primo bersaglio di un Paese come l’Iran, questo va chiarito per non alimentare paure. Ma se la domanda è se siamo in grado di proteggere i nostri obiettivi sensibili, allora la risposta è sì, fino a un certo punto. Oggi ancora non siamo del tutto pronti a mettere in sicurezza in modo sistematico infrastrutture e apparato industriale nazionale. È necessario un salto di qualità, soprattutto nella protezione digitale ed elettromagnetica. Faccio un esempio per tutti: la guerra moderna, dal piccolo drone ai vettori più sofisticati, fino ai sistemi unmanned utilizzati sul campo di battaglia, passa per le telecomunicazioni. Le telecomunicazioni sono satellitari e l’Europa non ha una rete capillare come hanno gli Usa. Dobbiamo recuperare. (riproduzione riservata)