Recensire oggi un libro di Joseph Stiglitz ha la stessa attualità che rispolverare dalla biblioteca il saggio di Friedrich Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra del 1845 e riservargli la stessa attenzione. Sarcastico? Certo, ma penso che con l’aria che spira da Washington debba convenirne anche il lettore più affezionato al celebre premio Nobel. Eppure da qualche parte bisogna ricominciare e La strada per la libertà. L’economia e la società giusta (Einaudi 2024) è almeno un incoraggiamento.
L’ouverture è un attacco frontale al neoliberismo, sia ai suoi profeti dalla cattedra dell’Università di Chicago, sia ai suoi seguaci politici. Tra i quali Stiglitz fustiga ripetutamente i democratici americani e la sinistra europea – il trio Clinton, Blair, Schroeder – e questo a dispetto sia stato consulente del primo. Se a tanto si è arrivati, con un secondo mandato di Donald Trump, che l’autore poteva solo paventare quando il libro è stato scritto, la responsabilità è almeno della sinistra quanto della destra. Anzi, semmai più della prima che ha accolto e celebrato il mito dei mercati che si autoregolano e ha smantellato il ruolo di regista dello Stato, quando la sua cultura l’avrebbe dovuta indurre quantomeno alla prudenza. Prudenza non vi è certamente stata, ma semmai molta malafede poiché non si doveva certo attendere la grande crisi del 2008 per scoprire l’ovvio: ossia che la finanza deregolamentata è distruttiva. Né si doveva ricorrere alla ritorsione dei dazi per reagire alla generale crisi dell’industria in Occidente.
Il problema è che questo decantato libero capitalismo si basa su una logica di atroce brutalità: socializzare perdite ed esternalità negative, ma privatizzare i profitti; emancipare la ricchezza, però punire la povertà. Voi direte: dove è la novità, dove l’alternativa? Stiglitz, in una bella scrittura che vorrebbe rievocare in chiave attuale alcuni grandi classici del XIX e XX secolo, ci supplica di non avere paura dello Stato, delle tasse, della regolazione e della concorrenza. Non parliamo poi delle big tech contro le quali scomoda con piena approvazione Thomas Hobbes che se fosse oggi tra noi inorridirebbe di fronte a una concentrazione di potere così mostruosa. La sua «socialdemocrazia rivitalizzata», come la chiama, mi indurrebbe allora a consigliarli di trasferirsi dall’America in Svezia o Finlandia, Paesi a cui guarda con scoperta ammirazione. Tanto più che avremmo tanto bisogno di lui, ora che l’Europa scossa dal terremoto trumpiano, deve tenere duro sul suo modello liberal-sociale, per quanto abbia contribuito essa stessa per prima a indebolirne la legittimità e vi creda con meno convinzione di un tempo.
È difficile tra mille marosi atlantici trarre conclusioni. Ma certo il timore che una Commissione che non brilla per autorevolezza, e Stati nazionali i cui ultimi grandi leader sono tra coloro che negli anni 90 schiusero proprio il vaso di Pandora del ritiro del potere pubblico, ebbene cari signori c’è. Per quanto faccia un po' di tenerezza leggere Stiglitz, a me tocca ancora delle corde sensibili che non relego solo al dominio dell’emotività. Spero davvero di non essere solo e mi farebbe piacere pensare che questa recensione non sia stata inutile e produca lo stesso effetto anche in voi. (riproduzione riservata)
*Professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Firenze