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Claudio Descalzi, ceo Eni
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Così Eni stoccherà il carbonio nei giacimenti offshore di Ravenna

di Angela Zoppo
10 febbraio 2026, 21:30

All’esame del Mase le istanze per trasformare due campi offshore in depositi e creare il polo di stoccaggio del Mediterraneo. Il progetto rientra nei piani della newco con Blackrock. 

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Un primo giacimento già esaurito e un secondo che lo sarà nel 2030 custodiranno la Co2 che verrà stoccata da Eni a Ravenna, nel progetto congiunto con Snam che punta a farne un hub per tutto il Mediterraneo e uno dei depositi più grandi al mondo. Sono le novità che emergono dalle istanze presentate dal Cane a sei zampe al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica.

Le richieste fanno parte della fase 2 del progetto Ravenna Ccs, che porterà la capacità di stoccaggio da 16 a oltre 500 milioni di tonnellate, traguardo fissato a dopo il 2030, e trasferirà il 50% del capitale alla newco Eni Ccs Holding in cui è entrato il fondo Gip (Blackrock) col 49,9%.

I giacimenti che faranno da depositi sottomarini

Nel dettaglio, Eni ha chiesto l’autorizzazione allo stoccaggio geologico di Co2 nel campo Porto Corsini Mare Ovest, che interessa una superficie di circa 140 chilometri quadrati e nel giacimento Porto Garibaldi-Agostino Pga, che aggiunge altri 157 chilometri quadrati. Quest’ultimo, a circa 18 km dalla costa in un’area dove la profondità del fondale marino è di circa 25 metri, potrà essere sbloccato solo dopo il 14 settembre 2030, quando scadrà l’attuale concessione detenuta sempre da Eni. È possibile, però, un’autorizzazione anticipata. Tutti i giacimenti interessati sono in posizione strategica rispetto all’area di Casalborsetti, dove si trova la centrale Eni. 

Un altro tassello-chiave era andato a segno il 2 febbraio 2026, quando il Mase ha dato il nulla osta alla valutazione d’impatto ambientale per l’infrastruttura di trasporto Co2 dei gasdotti Ferrara-Casalborsetti e Ravenna-Casalborsetti.

Il nodo dei costi e degli incentivi

Ma intanto bisogna fare bene i conti sui possibili finanziamenti pubblici, senza i quali trasporto e stoccaggio della Co2 non vengono considerati bancabili dal Comitato Ccs, che si è già insediato al Mase. Tra le opzioni, quella che secondo indiscrezioni sarebbe più praticabile, si basa sui proventi delle aste Ets, il sistema europeo di scambio delle emissioni. Quelle entrate potrebbero costituire una potenziale fonte di copertura per strumenti di incentivazione della Ccs: utilizzare le risorse generate dal carbon pricing per sostenere tecnologie considerate strategiche per il raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione senza impatti sulle bollette.

Ma i prezzi sono anche quelli che orienteranno le scelte delle aziende hard to abate, che emettono Co2. I tecnici del Mase costruiscono le proprie simulazioni su tre ipotesi di prezzo Ets: 70 euro a tonnellata nello scenario basso, 95 euro nello scenario centrale e 120 euro in quello alto. Con le quote europee che oggi viaggiano attorno a una media di 85 euro, nonostante qualche oscillazione al ribasso come per i future di marzo, il mercato si sta di fatto posizionando in prossimità dello scenario medio delineato dal ministero. Finché questo livello di prezzo non sarà sufficiente a garantire l’equilibrio economico della filiera Ccs, secondo gli operatori sarà necessario introdurre dei meccanismi incentivanti, come i contratti per differenza per compensare quanto le aziende emettitrici pagherebbero per la Ccs rispetto al costi delle aste Ets. Chi segue il dossier invita comunque a leggere queste cifre in una prospettiva dinamica. La Ccs, infatti, è descritta come una tecnologia destinata a beneficiare dell’aumento dei volumi, del progresso tecnologico e delle economie di scala: fattori che dovrebbero comprimere progressivamente i costi unitari e renderli vantaggiosi rispetto al mercato Ets. (riproduzione riservata)



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